Sondaggio rivela che le 'black corporations' sono ancora la normalità in Giappone

Sondaggio rivela che le ‘black corporations‘ sono ancora la normalità in Giappone

Da un sondaggio recentemente condotto tra i dipendenti di aziende giapponesi, è emerso che il 38,6% di loro ha lavorato o lavora attualmente in una ‘burakku kigyō‘. Letteralmente si tratta di ‘corporazioni nere’, un tipo di aziende note per la violazione delle leggi sul lavoro, lo sfruttamento dei dipendenti e per costringerli a fare straordinari impossibili, spesso nemmeno pagati. Un sondaggio rivela che queste ‘black corporations’ purtroppo sono ancora la normalità in Giappone.

Nonostante dicesi ci sia una crescita della consapevolezza sulle questioni relative alle riforme del lavoro, in Giappone le ‘black corporations‘ sono ancora molto diffuse. Colpa anche di una cultura del lavoro retrograda e difficile da sradicare dalla vecchia generazione di nipponici. Shikigaku, società di servizi di consulenza gestionale con sede a Tokyo, ha condotto un’indagine tra i dipendenti di età compresa tra 20 e 59 anni. E’ emerso che il 38,6% degli intervistati ha lavorato o lavora attualmente in una di queste ‘società nere’.

Una domanda del sondaggio chiedeva loro se fossero mai stati costretti dall’azienda a seguire istruzioni relative ad attività illegali: il 6,1% ha risposto di sì. Mentre il 50,2% ha affermato che lo avrebbe fatto solo se non avesse avuto altra scelta. Questo risultato dimostra che alcuni dipendenti sono complici delle attività sgradevoli delle ‘società nere’ e non si ribellano. Tra questi, il 79% ha dichiarato di non aver chiesto mai spiegazioni in merito ad atti illegali nelle aziende. Il che suggerisce che ormai sono rassegnati a non poter cambiare le cose, considerando anche che non esiste l’equivalente dei sindacati in Giappone.

L’indagine ha anche chiesto ai dipendenti quali aspetti del loro lavoro li aveva fatti sospettare di essere parte di un’azienda che rientrava nella categoria ‘black corporations‘. Tra i motivi più citati ‘l’elevato tasso di ricambio di personale giovane’ (menzionato dal 44,0%), seguito da ‘orari continui di lavoro prolungato’ (39,7%) e da ‘straordinari non retribuiti’ (38,0%).

Sondaggio rivela che le 'black corporations' sono ancora la normalità in Giappone

Oltre a questi motivi, molti hanno segnalato anche episodi di abuso di potere, mobbing e molestie sessuali da parte dei superiori. Più del 20% dei lavoratori intervistati ha dichiarato di aver fatto almeno una volta più di 80 ore di straordinario al mese, spesso non retribuito. Tutto questo porta al fenomeno tutto nipponico del karoshi, la morte da superlavoro. Le cause mediche più comuni di questi decessi sono attacchi di cuore e ictus, derivanti da condizioni di lavoro insostenibili per un essere umano.

A questo punto la domanda che sorge spontanea è: una volta capito di essere capitati in una di queste aziende deprecabili, perché i giapponesi non si licenziano? Ebbene molti non lo fanno perché spesso ricevono minacce di essere screditati in altre aziende. Per loro diventerebbe difficile riuscire a trovare un nuovo lavoro e così, se non vogliono diventare clochard, si trovano incastrati in un ambiente che odiano. Chi non regge la depressione e lo stress che ne derivano, arriva anche a suicidarsi. Le aziende nipponiche tipicamente non riconoscono di avere una responsabilità per queste morti. Solo > raramente le denunce dei familiari portano alla loro ammissione di colpa.

Un esempio tipo capitato qualche anno fa in una ‘black company’. Mina Mori, dipendente di 26 anni della catena di ristoranti Watami, si è suicidata due mesi dopo l’assunzione. La sua famiglia ha presentato una denuncia allo Yokosuka Labour Standards Office accusando l’azienda di istigazione al suicidio. La loro richiesta è stata ovviamente respinta, ma non si sono arresi.

Hanno fatto appello all’Ufficio del lavoro della prefettura di Kanagawa che ha poi riconosciuto lo stress legato al lavoro come causa del declino della salute mentale della ragazza. In seguito è stato raggiunto un accordo di 130 milioni di ¥ (crc. 800.000 €) come risarcimento alla famiglia. Ma evidentemente l’aumento costante di casi come questo non ha ancora portato allo sradicamento definitivo delle ‘black company’ in Giappone.

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