Lo stato di ripresa della regione del Tohoku 13 anni dopo il triplo disastro dell'11 marzo

Lo stato di ripresa della regione del Tohoku 13 anni dopo il triplo disastro dell’11 marzo

Sembra ieri quando, con gli occhi spalancati, osservavamo inermi un’onda nera inghiottire auto, strade, case, tutto, durante il suo devastante passaggio nelle coste orientali del Giappone. Quelle immagini sono ben scolpite nella mente di tutti, assieme a quelle altrettanto paurose della centrale di Fukushima in fiamme, che hanno inevitabilmente rievocato i fantasmi di > Chernobyl. Ma ad oggi qual’è lo stato di ripresa della regione del Tohoku 13 anni dopo il triplo disastro dell’11 marzo?

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L’unica consolazione che forse tutti abbiamo provato vedendo le immagini di devastazione, è che il tutto è avvenuto in un paese come il Giappone. Che storicamente si è sempre risollevato con efficienza e puntualità da qualsiasi cataclisma. Sia naturale, come i frequenti terremoti e tsunami, che provocato dall’uomo come Hiroshima e Nagasaki. Se avvenimenti simili fossero accaduti o accadrebbero ora in qualsiasi altro paese del mondo, probabilmente andrebbe molto peggio. Ma ad oggi, a ormai 13 anni dal disastro del Tohoku, a che punto sono le zone che vennero maggiormente colpite?

Lo stato di ripresa della regione del Tohoku 13 anni dopo il triplo disastro dell'11 marzo

Rilascio di acqua trattata

Il 24 agosto 2023 la Tokyo Electric Power Company (TEPCO), ha iniziato a scaricare in mare l’acqua trattata della centrale nucleare di Fukushima Dai-ichi. Il rilascio include sia l’acqua utilizzata per raffreddare i detriti di combustibile fuso, sia le acque sotterranee e all’acqua piovana che è penetrata nella camera del reattore danneggiata. Ovviamente prima di rilasciarla, è passata attraverso apparecchiature di depurazione che rimuovono la maggior parte dei principali elementi radioattivi, ad eccezione del trizio. Si prevede che circa 31.200 tonnellate di queste acque sono state rilasciate in mare in quattro volte, l’ultima entro marzo 2024.

L’amministrazione del primo ministro Suga Yoshihide ha deciso lo scarico controllato già nell’aprile 2021. Successivamente, il 4 luglio 2023, un rapporto presentato dall’Agenzia internazionale per l’energia atomica al primo ministro Kishida, ha appurato che il rilascio pianificato di acqua trattata è coerente con gli standard di sicurezza internazionali. Ma nel giugno 2023 le cooperative di pescatori giapponesi hanno esortato con forza il governo ad assumersi la piena responsabilità in caso dovessero sorgere eventuali problemi in mare dopo il rilascio delle acque di Fukushima. In risposta al comunicato, sempre ad agosto la Cina ha emesso una sospensione totale delle importazioni di prodotti ittici giapponesi.

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Nuovi quartieri residenziali

Il lavoro di decontaminazione nelle zone abitate vicino alla centrale Fukushima Dai-ichi è andato avanti incessantemente in questi 13 anni. Sebbene ancora alcune parti dei sette comuni coinvolti rimangano chiuse. Dopo aver intensificato nel giugno 2022 la decontaminazione delle ‘aree base specificate per la ricostruzione e la rivitalizzazione’, distretti speciali all’interno di zone interdette all’abitazione, il governo ha iniziato a consentire il ritorno permanente degli sfollati. Ed ha eliminato le restrizioni per tutti i distretti speciali nel maggio 2023.

Nel giugno 2023, il governo nipponico ha rivisto la legislazione sulla ricostruzione e rivitalizzazione anche della zona di Fukushima. Per consentire la creazione di ‘aree residenziali rivitalizzate specifiche’ all’interno di zone interdette all’abitazione a tempo indeterminato. Secondo il sistema, i residenti che desiderano tornare alle loro case possono presentare una richiesta alle autorità municipali. Queste dovranno poi elaborare un piano e presentarlo al governo nazionale per ricevere fondi per la decontaminazione delle strade e di altre aree intorno alle case. Diverse richieste a Ōkuma, Futaba, Namie e Tomioka sono state approvate e sono già iniziati i lavori di decontaminazione.

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Questioni legali e altri sviluppi

I tribunali hanno continuato a emettere sentenze per circa 30 class action intentate in seguito alla fusione presso l’impianto di Fukushima Dai-ichi. Il 14 febbraio 2024, l’Alta Corte di Sendai ha ordinato alla TEPCO di pagare poco più di 1 miliardo di ¥ (crc. 6 milioni di €) di danni a 323 residenti di Kawamata. L’importo era di 500 milioni di ¥ in più rispetto a quello che un tribunale di grado inferiore aveva concesso a 299 querelanti in un caso precedente.

Nell’ottobre 2023, la TEPCO si è anche accordata con 84 degli 87 querelanti in una causa intentata da residenti di Minamisōma, Futaba e altri comuni in cui erano stati emanati ordini di evacuazione. In base all’accordo, il primo tra le azioni legali collettive, l’azienda ha accettato di chiedere scusa ai querelanti e di pagare loro un cospicuo risarcimento.

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I numeri del terremoto del Tohoku

Il terremoto di altissima magnitudo 9.0 si è verificato l’11 marzo 2011 alle 14:46, innescando un devastante triplo disastro. L’epicentro era al largo della costa Sanriku, davanti alla regione del Tohoku. Forti scosse sono state avvertite in una vasta area a terra, registrando il grado 7 sulla scala di intensità sismica giapponese a Kurihara, nella prefettura settentrionale di Miyagi, e 6 in altre aree che abbracciano otto prefetture.

Il massiccio tsunami innescato dal terremoto si è schiantato lungo la costa nord-orientale del Pacifico del Giappone, superando i 9,3 metri a Soma nella prefettura di Fukushima, gli 8,6 metri a Ishinomaki e Miyagi e gli 8,5 metri a Miyako nella prefettura di Iwate. Ha anche provocato una tripla fusione presso la centrale nucleare di Fukushima Dai-ichi. Il 20 giugno, tre mesi dopo il disastro, il governo stimò che fossero morte 15.000 persone, 7.500 disperse e 5.440 ferite. Nei primi giorni circa 470.000 persone furono costrette a evacuare dalle proprie abitazioni e il numero di quelle temporanee raggiunse quota 124.000 unità.

Secondo i dati della Reconstruction Agency, il numero totale delle vittime della catastrofe ad oggi ammonta a 19.765, compresi i decessi legati al disastro per suicidio e malattia. Con 2.553 persone ancora disperse. Inoltre furono distrutte un totale di oltre 120.000 case. Attualmente, marzo 2024, quasi 30.000 persone vivono ancora in alloggi temporanei all’interno di villaggi fatti di container.

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