In Giappone quasi un milione di persone possiede illegalmente la doppia cittadinanza

In Giappone quasi un milione di persone possiede illegalmente la doppia cittadinanza

Il Giappone vieta formalmente la doppia cittadinanza. Eppure, secondo diverse stime, incredibilmente fino a 900.000 persone si troverebbero oggi in una sorta di limbo legale: giapponesi per lo Stato, ma anche cittadini di un altro Paese. Una contraddizione che per anni è rimasta sotto traccia, ma che ora con il nuovo governo conservatore sta diventando un vero tema politico nazionale.

Cosa dice la legge giapponese?

La normativa di riferimento è la Legge sulla Nazionalità del 1950, più volte modificata nel tempo. In linea teorica, il principio è chiaro: il Giappone non riconosce la doppia cittadinanza per gli adulti.

  • Un bambino nato da almeno un genitore giapponese ottiene automaticamente la cittadinanza giapponese, anche se nasce all’estero.

  • Se acquisisce anche un’altra cittadinanza, per esempio per nascita in uno Stato che applica lo ius soli, deve scegliere entro i 22 anni quale mantenere delle due.

  • Dopo la scelta, dovrebbe ‘impegnarsi’ a rinunciare all’altra cittadinanza.

Il problema? Non esiste un sistema efficace di controllo. Nella pratica, lo Stato giapponese raramente verifica se la rinuncia sia avvenuta davvero. E così migliaia di persone continuano a possedere due passaporti, vivendo in una sorta di ‘zona grigia’ tollerata. Ma che ora cozza con la rigidità in materia di stranieri del nuovo governo di destra.

In Giappone quasi un milione di persone possiede illegalmente la doppia cittadinanza

Perché il fenomeno è così diffuso?

Negli ultimi decenni la diaspora giapponese è cresciuta, così come i matrimoni internazionali. Molti figli di coppie miste o giapponesi residenti all’estero si ritrovano automaticamente con due cittadinanze. Secondo stime riportate nell’attuale dibattito politico, sono fino a 900.000 le persone che probabilmente si trovano in questa situazione. Non si tratta solo di ‘expat privilegiati’: tra loro ci sono professionisti, studenti, ricercatori, figli di emigrati di ritorno e persino figure pubbliche.

Il paradosso è evidente: il Giappone possiede uno dei passaporti più ‘forti‘ al mondo in termini di accesso senza visto nei Paesi esteri, come anche l’Italia. Ma ufficialmente non consente ai suoi cittadini di mantenerne un secondo.

In Giappone quasi un milione di persone possiede illegalmente la doppia cittadinanza

Il caso politico: Kimi Onoda e la richiesta di chiarezza

A riaccendere il dibattito è stata la parlamentare Kimi Onoda (foto copertina e sopra), figura emergente del Partito Liberal Democratico. Lo stesso ovviamente della premier > Sanae Takaichi. Nata nel 1982 a Chicago, Illinois, Stati Uniti, Onoda non aveva la cittadinanza giapponese a causa della legge che all’epoca adottava un sistema di discendenza paterna (nel suo caso non nipponica). Nell’ottobre 2015 però, completò le procedure per selezionare la cittadinanza giapponese rispetto a quella statunitense e si candidò per la Camera dei Consiglieri nel 2016. Ed ora che è al governo con Takaichi, appena ha scoperchiato il vaso di Pandora sulla questione, ha chiesto una presa di posizione netta:

  • o si applica rigorosamente la legge,

  • oppure si riforma il sistema, riconoscendo ufficialmente la doppia cittadinanza.

Secondo Onoda, l’attuale situazione è ‘ipocrita‘ e mina la credibilità delle istituzioni. Molti cittadini, invece, vedono nella sua proposta il rischio di una stretta che colpirebbe famiglie miste e giapponesi cresciuti all’estero.

Identità, globalizzazione e paura

Dietro la questione giuridica si nasconde un tema molto più profondo: > cosa significa oggi essere giapponesi? Il Giappone è una società storicamente omogenea, ha sempre avuto pochi stranieri tra i suoi cittadini. Ma negli ultimi anni ha dovuto fare i conti con:

  • Calo demografico drastico

  • Carenza di manodopera

  • Crescente presenza di residenti stranieri

  • Giovani sempre più globalizzati

In questo contesto, la doppia cittadinanza diventa simbolica e scatena un acceso dibattito politico. Per alcuni è una minaccia all’identità nazionale, mentre per altri è uno strumento necessario in un mondo sempre più interconnesso.

Un sistema destinato a cambiare?

Molti Paesi sviluppati hanno ormai riconosciuto la doppia cittadinanza. L’Italia la riconosce doppia o plurima, permettendo ai propri cittadini di acquisire o mantenere un’altra cittadinanza straniera senza perdere quella italiana (L. 91/1992). È possibile ottenerla per nascita, discendenza (ius sanguinis), matrimonio (ius matrimonii) o naturalizzazione, a patto che anche il secondo Paese lo consenta.

Il Giappone, invece, rimane ancorato a un modello giuridico del dopoguerra e non la permette in nessun caso. Il vero nodo non è tanto quante persone possiedano attualmente due passaporti, ma l’ambiguità strutturale del sistema: una legge severa sulla carta, ma applicata in modo selettivo e sporadico. Una cosa assolutamente non da Giappone.

Il dibattito è appena iniziato, ma una cosa è certa: la ‘scappatoia segreta‘ sfruttata gli anni precedenti ora non è più così segreta. E il Giappone dovrà decidere se restare fedele a un’idea tradizionale (e ormai antiquata) di cittadinanza o adattarsi definitivamente alla realtà globale del XXI secolo.

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