Come si diventa giapponesi: questione di cittadinanza, identità ed etnia
Ottenere la cittadinanza, e quindi anche il passaporto giapponese, rappresenta per molti stranieri un’opportunità concreta per ricominciare da capo in un nuovo Paese. In Giappone non si può avere la doppia cittadinanza come Italiani, quindi a noi di solito non conviene fare la richiesta. Ma per altri Paesi è comunque una buona opportunità. Tuttavia, tra l’acquisizione formale della nazionalità e il riconoscimento come ‘veri giapponesi‘, persiste un divario profondo, difficile da colmare. Ma vediamo come si diventa giapponesi.
Il termine kikajin viene comunemente usato per indicare chi ha ottenuto la cittadinanza giapponese dopo essere nato altrove. In ambito legale, però, si parla più precisamente di kikasha, ovvero ‘persona naturalizzata‘, come previsto dalla Legge sulla Nazionalità. In origine, la parola kika significava ‘sottomettersi alle leggi del Paese’ e ‘obbedire all’imperatore’, con un’accezione che storicamente portava con sé sfumature negative. Per questo, ancora oggi molti media preferiscono espressioni più neutre come ‘persone che hanno ottenuto la cittadinanza giapponese’, evitando il termine diretto traducibile come ‘naturalizzati’.
Secondo i dati del Ministero giapponese della Giustizia, fino al 2024 sono state oltre 610.000 le persone naturalizzate, l’80% delle quali di origine coreana o cinese. Questo dato riflette un crescente interesse da parte degli stranieri, favorito anche da un allentamento dei requisiti burocratici, in risposta all’invecchiamento della popolazione e al calo demografico.
La cittadinanza può essere richiesta dopo aver risieduto in Giappone per almeno 5 anni ininterrottamente. Esistono però altre condizioni da soddisfare, come aver compiuto almeno 20 anni di età e aver dimostrato una condotta sempre buona e avere mezzi sufficienti per sostenere sé stessi o la propria famiglia. In alcuni casi, la richiesta può essere accettata anche prima di 5 anni, come per gli apolidi o per i rifugiati.
In passato, la naturalizzazione prevedeva l’obbligo di adottare un nome giapponese e poteva essere richiesta solo dal capofamiglia, non direttamemte dall’interessato. Oggi, invece, non è più necessario cambiare nome: molti scelgono di mantenerlo, proprio per non perdere la propria identità culturale e per evitare il paradosso di risultare ‘strani’ con un nome giapponese ma un aspetto diverso dal loro.
Ma qui emerge la questione più delicata: ottenere la cittadinanza non equivale necessariamente a essere percepiti come giapponesi. Legalmente, i diritti e i doveri sono identici per tutti i cittadini, ma la percezione sociale spesso racconta un’altra storia. Un sondaggio condotto tra 400 giovani giapponesi tra i 18 e i 21 anni, ha chiesto: ‘Chi ottiene la cittadinanza giapponese può considerarsi giapponese?’ Il 95% ha risposto di no. Questo rivela come, per molti, la nazionalità non sia sufficiente a definire l’identità giapponese.
I criteri più citati dai partecipanti per distinguere un ‘vero giapponese’ da uno straniero sono stati l’aspetto fisico e il nome. Ad esempio, risulta strano che un occidentale al 100% si chiami Tanaka di cognome. Per questo, molti naturalizzati preferiscono conservare il proprio nome. Più facile invece nel caso si tratti di una persona hafu (half japanese), ovvero metà giapponese e metà straniera. Potrebbe già avere un cognome giapponese nel caso il padre lo fosse.
Curiosamente, quando si tratta di atleti o celebrità che si naturalizzano (in foto sopra lo scrittore Donald Keene, americano con cittadinanza giapponese), la società sembra essere molto più pronta ad accettarli, come se la fama potesse legittimare l’identità. Questo atteggiamento contraddittorio spesso viene mascherato con slogan ottimistici come ‘Un solo mondo’ ‘Un mondo senza confini’ o ‘Un mondo dove le culture si fondono’. Ma dietro queste parole rimane una realtà fatta di categorizzazioni superficiali basate su tratti esteriori o provenienza geografica.
I cittadini naturalizzati si trovano così in una terra di mezzo, in bilico tra il riconoscimento legale e l’accettazione sociale. Sono giapponesi per legge, ma non sempre nella percezione collettiva. E questo genera una vera e propria crisi identitaria in alcuni, soprattutto i più giovani. Cosa significa essere giapponesi? Spesso non basta avere la cittadinanza, magari parlare anche bene la lingua ed essere perfettamente integrati. Per la percezione degli autoctoni gli stranieri saranno sempre ‘diversi’. Con tutti i pro e i contro del caso.
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