Il Giappone trova ed estrae terre rare a 6.000 metri sotto il mare

Il Giappone trova ed estrae terre rare a 6.000 metri sotto il mare

Il Giappone ha annunciato una scoperta destinata a fare scalpore: la presenza di terre rare nei fondali marini a circa 6.000 metri di profondità. Secondo le autorità di Tokyo, si tratterebbe del primo tentativo al mondo di estrazione di questi minerali strategici a una profondità così estrema.

La scoperta è avvenuta durante una missione esplorativa avviata con un obiettivo preciso: ridurre la forte dipendenza del Paese dalla Cina, che oggi domina quasi completamente il mercato globale delle terre rare. “Sono in corso le analisi per determinare l’esatta quantità di terre rare contenute nei fanghi marini prelevati”, ha dichiarato Kei Sato, portavoce del governo giapponese, definendo il ritrovamento “molto significativo”.

La missione della nave Chikyu

Il campione è stato raccolto dalla nave per trivellazioni oceaniche Chikyu (foto copertina), che a metà gennaio 2026 ha raggiunto l’area intorno all’isola di Minami Torishima, nell’Oceano Pacifico. Le acque circostanti erano già considerate da tempo potenzialmente ricche di questi elementi, fondamentali per numerose industrie tecnologiche. L’area rientra nella zona economica esclusiva del Giappone, un dettaglio cruciale che rafforza l’interesse strategico di Tokyo per un’eventuale estrazione su larga scala.

Un annuncio in piena tensione geopolitica

La notizia arriva in un momento di rapporti particolarmente tesi tra Giappone e Cina. Nelle scorse settimane Pechino ha aumentato la pressione su Tokyo, soprattutto dopo che a novembre la premier giapponese > Sanae Takaichi aveva dichiarato che il Giappone potrebbe reagire militarmente in caso di un attacco cinese a Taiwan.

In risposta, la Cina ha bloccato l’esportazione verso il Giappone di alcuni prodotti definiti ‘a duplice uso’, ossia con possibili applicazioni civili e militari. Una mossa che ha riacceso i timori di Tokyo su un possibile taglio delle forniture di terre rare, settore in cui Pechino detiene un monopolio quasi totale.

Dietro l’interesse per Taiwan quindi, non ci sono solo motivi politici, ma anche economici strategici. L’isola si trova in una posizione chiave nel Pacifico ed è centrale per il controllo delle rotte per l’approvvigionamento proprio delle terre rare. Per la Cina rafforzare il controllo su Taiwan, ricca di questi minerali, significherebbe consolidare il proprio dominio. Per il Giappone, invece, Taiwan è fondamentale per evitare una dipendenza ancora maggiore da Pechino. In questo quadro, la scoperta di terre rare nei fondali giapponesi assume un valore fortemente geopolitico.

Il Giappone trova ed estrae terre rare a 6.000 metri sotto il mare

Perché le terre rare sono così importanti

Le cosiddette terre rare comprendono 17 elementi chimici composti dai 15 lantanoidi più scandio e ittrio. Nonostante il nome, non sono particolarmente rari in natura. Tuttavia, la loro estrazione è complessa, costosa e spesso altamente inquinante.

Elementi come neodimio e disprosio sono indispensabili per i motori delle auto elettriche, le turbine eoliche e i dispositivi elettronici. L’ittrio e l’europio vengono usati negli schermi di smartphone e televisori, mentre altri elementi sono cruciali per satelliti, radar e sistemi militari.

Poiché la Cina controlla gran parte della produzione mondiale, le terre rare sono diventate uno strumento di potere geopolitico. È per questo che Paesi come il Giappone cercano nuove fonti, anche spingendosi verso l’estrazione dai fondali marini. Questi materiali sono indispensabili per settori chiave come l’industria automobilistica, le energie rinnovabili, l’elettronica digitale e la difesa. Senza terre rare, tecnologie come smartphone, auto elettriche, turbine eoliche e sistemi militari avanzati sarebbero praticamente impossibili.

Un giacimento gigantesco sotto il mare

Secondo alcune stime, i fondali intorno a Minami Torishima potrebbero contenere fino a 16 milioni di tonnellate di terre rare, una quantità che, secondo il quotidiano economico Nikkei, renderebbe questo giacimento il terzo più grande al mondo. In particolare, l’area sarebbe ricca di disprosio, utilizzato in smartphone e veicoli elettrici, e di ittrio, fondamentale per la produzione di laser e dispositivi ad alta tecnologia.

Anche gli Stati Uniti e il presidente Trump si stanno muovendo per avviare attività estrattive in acque internazionali, segno di una corsa sempre più intensa alle risorse strategiche del futuro. Non a caso, il suo manifesto interesse per la Groenlandia è focalizzato sull’acquisizione di un’immensa riserva di terre rare per poter, come il Giappone, rompere il monopolio cinese. Oltre che a garantire posizioni strategiche nell’Artico per difesa e risorse in generale.

Non mancano però le critiche. Diverse associazioni ambientaliste hanno avvertito che l’estrazione di terre rare, in particolare dai fondali oceanici, potrebbe causare danni irreversibili agli ecosistemi marini, ancora in gran parte inesplorati. Il tema delle terre rare è ormai il vero centro delle competizioni geopolitiche globali.

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