Il 30% dei gestori di ristoranti in Giappone lavora oltre 60 ore a settimana
Il governo avverte: il rischio di ‘morte da superlavoro‘, in Giappone chiamata karoshi, è sempre più alto nel settore della ristorazione. Il turismo in crescita porta affari d’oro ai ristoratori giapponesi, ma dietro il boom si nasconde una realtà amara: turni infiniti, stress e carenza di personale. Un nuovo rapporto governativo rivela che più di un terzo dei gestori di ristoranti lavora più di 60 ore a settimana. Una soglia che in Giappone viene considerata a rischio morte.
Il ‘Libro bianco‘ sul karoshi: un campanello d’allarme
Il 28 ottobre 2025 il governo giapponese ha pubblicato l’edizione aggiornata del Libro bianco sulle misure per prevenire il karoshi. Focalizzata quest’anno sul settore della ristorazione. Il documento mostra un quadro allarmante:
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Il 30% dei gestori di ristorante lavora almeno 60 ore settimanali;
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Seguono i supervisori con il 24% e il personale di cucina con il 13,3%;
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Nel complesso, il 14,9% degli intervistati supera la soglia critica.
Un funzionario del Ministero della Salute, del Lavoro e del Welfare (MHLW) ha commentato:
“Anche in presenza di una grave carenza di manodopera, le ore di lavoro per chi ha ruoli di responsabilità non sono diminuite.”
Dal 2019 il Giappone ha imposto un limite massimo di 45 ore di straordinario al mese. Ma molti settori, tra cui quello della ristorazione, sembrano essere rimasti ai margini della riforma.
Cattivi clienti e stress cronico
Oltre alla fatica fisica, molti lavoratori a contatto col pubblico, in particolare del settore ristorazione, devono affrontare un altro nemico: le molestie dei clienti (kyaku harasumento). Secondo il sondaggio governativo:
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il 18,8% degli addetti ha subito comportamenti scorretti da parte dei clienti;
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tra i più colpiti ci sono i supervisori (30%) e il personale di sala dei ristoranti (21%);
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le lamentele continue e gli insulti sono le forme più diffuse.
Urli, minacce e richieste impossibili sono ormai una parte della routine di dipendenti di negozi, ristoranti, hotel, trasporti o servizi pubblici. Il Giappone è noto per la sua estrema attenzione al cliente: il principio del ‘okyakusama wa kamisama desu‘ (il cliente è come un Dio), superlativo del nostro ‘il cliente ha sempre ragione’, è radicato nella mentalità di chi lavora a contatto col pubblico. Questo fa sì che molti dipendenti si sentano obbligati a sopportare qualsiasi comportamento pur di non mancare di rispetto al cliente o danneggiare la reputazione del negozio o locale. Dall’altra parte ci sono poi dei clienti molto pretenziosi, abituati da sempre a trattamenti impeccabili.
Quindi, anche quando vengono maltrattati, i lavoratori giapponesi raramente reagiscono o segnalano l’abuso. Molti raccontano di sentirsi impotenti, costretti a scusarsi anche quando non hanno colpe, e questo porta a stress cronico e burnout. Arrivando spesso anche al karoshi purtroppo. Il Libro bianco segnala anche un forte aumento dei casi di malattie mentali legate al lavoro:
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1.055 richieste di risarcimento approvate nel 2024 (più del triplo rispetto al 2010);
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le donne sono le più colpite, con 1.930 richieste contro 1.648 degli uomini;
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i settori più colpiti: sanità, assistenza e ristorazione.
Takaichi riapre il dibattito sulle lunghe ore di lavoro
La nuova premier > SanaeTakaichi ha rilanciato il dibattito sulle regole sugli straordinari, dichiarando di volerle rivedere per adattarle alle ‘reali esigenze del lavoro odierno’. Una posizione che sta facendo discutere: la sua idea di ‘riforma della volontà di lavorare’ (hatarakitai kaikaku) punta a dare più libertà a chi desidera lavorare di più. Ma secondo Yoshie Komuro, CEO della Work Life Balance Inc., si tratta di una soluzione che peggiorerà ulteriormente la situazione del superlavoro:
“Non si può risolvere la carenza di manodopera nazionale spingendo le persone a lavorare di più. Servono invece politiche che aiutino più cittadini a entrare nel mondo del lavoro.”
La trappola del superlavoro: un problema culturale
Il karoshi non è solo un problema economico, ma culturale. Dai tempi del caso di Matsuri Takahashi (foto sopra), la società giapponese fa ancora fatica a liberarsi dall’idea che la dedizione totale al lavoro sia un valore morale. Matsuri era una giovane dipendente della grande agenzia pubblicitaria giapponese Dentsu. Assunta nel 2015, faceva oltre 100 ore di straordinario al mese e soffriva di forte stress e privazione del sonno. Il 25 dicembre 2015 si tolse la vita, il suo caso è uno dei primi e rari che venne riconosciuto ufficialmente come karoshi.
La vicenda scosse talmente l’opinione pubblica, che spinse il governo a introdurre riforme per limitare gli straordinari e promuovere un migliore equilibrio tra vita e lavoro in Giappone. Eppure, oltre la metà dei ristoranti in Giappone, circa il 55%, è gestita da una sola persona. Senza nuove assunzioni, molti continuano a sacrificare salute e vita privata per tenere aperte le porte del loro locale. Il rischio è che la ‘riforma della volontà di lavorare’ proposta dalla Takaichi, si trasformi, ancora una volta, in un ‘incentivo al superlavoro’.
Riflettere sul futuro del lavoro in Giappone
Dietro i sorrisi (finti) del personale e i piatti curati nei minimi dettagli, il settore della ristorazione giapponese nasconde una lotta quotidiana contro il tempo e lo stress. Finché in Giappone la cultura del sacrificio resterà più forte del diritto al riposo, il karoshi continuerà a essere una ferita aperta nella società nipponica.
Le statistiche sul karoshi non sono solo numeri: sono vite spezzate da un sistema che premia la resistenza, non l’efficienza. Un Paese che ha trasformato la parola ‘straordinario‘ in normalità, e dove persino una pausa può essere percepita come segno di debolezza. Se davvero il governo Takaichi vuole ‘riformare la volontà di lavorare’, dovrebbe prima riformare la volontà di vivere, restituendo valore al tempo libero, alla famiglia e al benessere mentale.
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