Stop ai nomi creativi come Pikachu o Torino in Giappone
Aboliti nomi come Pikachu, Naiki (Nike), Kitty o Torino. In Giappone i genitori non avranno più piena libertà nel dare ai figli nomi eccentrici e fantasiosi. Una recente riforma delle regole sul registro di famiglia introduce nuove restrizioni sulla pronuncia dei caratteri > kanji. Nel tentativo di arginare la crescente moda dei cosiddetti nomi ‘kirakira‘, termine che in giapponese significa ‘luccicante’ o ‘scintillante’, ci sarà uno stop ai nomi creativi come Pikachu o Torino in Giappone.
Il governo giapponese ha deciso di intervenire per mettere ordine nel panorama dei nomi sempre più bizzarri che, oltre a suscitare ironie e imbarazzo, stanno causando problemi pratici nella burocrazia, nelle scuole e nei sistemi sanitari. La nuova normativa ammette l’uso dei > kanji (i caratteri cinesi usati nella scrittura giapponese), ma impone che i genitori comunichino alle autorità locali la pronuncia esatta del nome scelto. L’obiettivo è limitare le letture non convenzionali o deliberatamente ambigue dei caratteri, che rendono difficile la gestione dei dati personali, soprattutto nei processi di digitalizzazione amministrativa.
Cosa sono i nomi ‘kirakira‘?
Il fenomeno dei nomi ‘kirakira‘ è esploso negli anni ’90, quando molti genitori hanno iniziato a scegliere nomi ispirati a personaggi di anime, celebrità, brand famosi o termini stranieri. Spesso distorcendo le letture tradizionali dei > kanji rendendoli illeggibili. Ecco alcuni esempi che hanno fatto discutere:
Pikachu (dal celebre Pokémon)
Naiki (Nike)
Daiya (Diamante)
Pu (Winnie the Pooh)
Kitty (da Hello Kitty)
Ojisama (in giapponese ‘principe’)
Akuma (in giapponese ‘diavolo’)
In alcuni casi, la scelta di un nome particolare ha avuto anche motivazioni simboliche: la politica ed ex atleta Seiko Hashimoto ha chiamato i suoi figli Girishia (Grecia) e Torino, in riferimento alle Olimpiadi estive e invernali svoltesi in quelle città negli anni delle rispettive nascite. Anche se i kanji scelti da lei erano leggibili, altre persone non riuscivano a interpretarne la pronuncia corretta. Ma i genitori hanno difeso le loro scelte come una dimostrazione di individualità, in una società in cui la pressione a conformarsi può essere schiacciante.
Una questione di ordine e buonsenso
La legge giapponese consente circa 3.000 kanji utilizzabili per i nomi, molti dei quali hanno letture multiple. Alcuni genitori hanno sfruttato questa flessibilità per dare vita a nomi decisamente originali. Ma a volte il risultato è stato un vero rompicapo per impiegati pubblici e insegnanti. Ad esempio, volendo che il nome del loro bambino suoni come Pikachu, scelgono caratteri > kanji dal suono simile ma che un qualsiasi giapponese non riesce a leggere come Pikachu, ma come qualcos’altro. Ebbene, ora non si potrà più fare.
Con la nuova norma, i genitori che desiderano utilizzare pronunce particolarmente insolite dovranno fornire una spiegazione scritta e, in caso di rifiuto da parte dell’ufficio anagrafe, saranno invitati a scegliere un’alternativa più conforme. Tuttavia, secondo i media giapponesi, solo i casi più estremi saranno effettivamente bocciati, lasciando comunque spazio a una moderata creatività.
La riforma, che rappresenta una delle rare modifiche al sistema del koseki, il registro legale di famiglia giapponese, vuole trovare un equilibrio tra espressione individuale e funzionalità sociale. In un Paese dove il nome non è solo un’etichetta, ma un elemento identitario fortemente legato alla cultura e alla collettività. Basti pensare che la firma di ogni giapponese è un > timbrino con i kanji del suo nome e cognome!
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