Sondaggio rivela che un neo–padre giapponese su quattro subisce mobbing al lavoro
Negli ultimi anni, il governo giapponese ha cercato di incoraggiare i neo-papà a usufruire del congedo di paternità che spetta loro per legge. Il suo implemento è stato una mossa per venire incontro alle numerose persone che come motivazioni per non fare figli, include anche il problema dell’assenza prolungata dal lavoro. Questi futuri adulti servono al Paese per non collassare nei prossimi anni in cui sarà composto solo da anziani non più produttivi.
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Oggi in Giappone tutti, sia uomini che donne, lavorano a tempo pieno a differenza di qualche decennio fa. E dato che il governo sta provando un po’ tutte le strategie per convincere i cittadini nipponici a procreare, ecco l’ennesima: tentare di non gravare tutto il peso dell’accudimento di un figlio appena nato solo sulle donne, già abbastanza penalizzate e declassate nel mondo del lavoro giapponese. Contando che comunque prenderebbero la maternità, quindi si assenterebbero già. In questo modo, i giorni di congedo sarebbero ripartiti tra due persone invece che una sola. In modo che l’impegno di un figlio neonato sia equamente suddiviso tra i due genitori, come giusto che sia.
I lavoratori maschi però affrontano ancora molte resistenze sul posto di lavoro se scelgono di prendere il congedo parentale al posto delle compagne. Anche se la legge lo permette loro e anzi, lo incentiva. Il problema è la mentalità delle aziende giapponesi, ancora molto indietro su certi argomenti. Una recente indagine del Ministero della Salute, del Lavoro e del Welfare ha infatti rivelato che il 24,1% dei padri che hanno cercato di prendere il congedo per la cura dei figli, ha subito mobbing da parte dei datori di lavoro.
Questa percentuale è ancora più alta tra i dirigenti, dove si arriva al 33%. Il problema sembra variare anche in base alla dimensione dell’azienda: quelle di medie dimensioni (100-299 dipendenti) registrano il tasso più elevato, con il 30% degli intervistati che afferma di aver subito pressioni a non richiedere il congedo. Quando si tratta di mobbing ripetuto, il 45,2% dei padri ha dichiarato di averne subito ‘di tanto in tanto‘, mentre il 27% ha affermato di averlo subite ‘più volte‘. Tra le aziende più piccole, ovvero con meno di 99 dipendenti, la percentuale dei lavoratori che ha dichiarato di aver subito mobbing in maniera ‘ricorrente‘, sale al 42,1%.
Tra i vari tipi di mobbing riscontrati, il più comune è stata l’ostruzione all’uso del congedo per l’assistenza all’infanzia, segnalata dal 24,2% dei rispondenti. Seguono casi di ‘bullismo continuo‘ al 20,8% e di ‘riassegnazione dannosa‘ al 19,2%. Quest’ultima comporta il trasferimento o il cambiamento del proprio ruolo in mansioni indesiderate.
L’indagine ha anche messo in luce come il mobbing legato alla paternità abbia costretto molti padri a rinunciare anche alle ore di permesso concesse come diritto di assistenza familiare: il 31,7% degli intervistati ha detto di aver dovuto rinunciare perfino all’esenzione dagli straordinari che spetta in caso di presenza di figli piccoli. Mentre il 25,8% non ha potuto usufruire del congedo per l’assistenza all’infanzia a causa di minacce e pressioni.
Questo sondaggio è stato condotto online a gennaio 2024. Ha coinvolto 500 uomini giapponesi occupati, ed ha tristemente evidenziato un problema che forse era chiaro già da prima. Il > calo demografico in Giappone ha molte motivazioni, ma sicuramente quella legata al mondo del lavoro è una delle più pesanti. Le persone non riescono a ritagliarsi del tempo libero da dedicare all’amore e quindi al mettere su famiglia. E anche per chi ci riesce, poi il rifiuto di concedere il congedo di paternità, nonostante la spinta delle politiche governative, crea ulteriori problemi. Alcune realtà lavorative retrograde giapponesi hanno ancora molta strada da fare….
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