La storia dietro la famosa foto del bambino di Nagasaki
Il 9 agosto 1945, alle 11:02 del mattino, Nagasaki fu colpita dalla seconda bomba atomica della storia, tre giorni dopo quella di > Hiroshima. L’esplosione uccise sul colpo circa 40.000 persone e altrettante morirono in seguito per le ferite e le radiazioni. In pochi istanti, la città passò dall’essere un centro vivace di commercio e cultura a un paesaggio lunare di cenere e silenzio.
La missione del fotografo Joe O’Donnell
Pochi giorni dopo il bombardamento, il fotografo americano Joe O’Donnell, all’epoca ventitreenne e in servizio nei Marines, fu inviato in Giappone per documentare gli effetti umani e materiali della bomba. Non cercava soltanto di immortalare le rovine, ma soprattutto di raccontare i volti e le storie di chi aveva vissuto la catastrofe in prima persona.
Tra i tanti scatti realizzati, uno è diventato simbolo universale della sofferenza civile di un popolo: un bambino giapponese in piedi, con uno più piccolo legato sulla schiena. A uno sguardo superficiale, sembra un gesto di amore e protezione verso un fratellino. Ma la realtà è straziante: il piccolo al momento della foto è già morto, vittima dell’esplosione atomica. Il fratello maggiore, con lo sguardo serio e immobile, è in fila davanti a un forno crematorio improvvisato, dove i cadaveri venivano bruciati in fretta per evitare epidemie. Quando arrivò il suo turno, stette sull’attenti mentre il corpo del fratellino veniva cremato. Non pianse e non urlò: rimase fermo e con gli occhi fissi, poi si voltò e se ne andò in silenzio.
O’Donnell raccontò che quello fu uno dei momenti più duri della sua carriera: «Quella dignità silenziosa era più eloquente di qualsiasi grido». La foto, priva di sfondi distrutti, concentra tutta la tragedia della guerra nella figura di due fratelli, uno vivo e uno morto. Nei decenni successivi, l’immagine è diventata un simbolo universale delle sofferenze inflitte ai civili durante i conflitti, ricordandoci che il costo umano della guerra non si misura soltanto in freddi numeri, ma anche in gesti silenziosi e in perdite che nessuna ricostruzione può colmare.
Il legame con il film Una Tomba per le Lucciole
Il racconto di O’Donnell e la sua fotografia trovano un’eco struggente in > Una tomba per le lucciole (Hotaru no Haka), capolavoro dello Studio Ghibli diretto da uno dei tre fondatori (assieme ad Hayao Miyazaki e Toshio Suzuki) Isao Takahata nel 1988. Film > tornato disponibile in Italia in cofanetto con con un doppiaggio nuovo di zecca come molti speravano.
Ambientato negli ultimi mesi della Seconda guerra mondiale, il film segue la storia di Seita e Setsuko, due fratelli che cercano di sopravvivere tra la fame, i bombardamenti e l’indifferenza del mondo adulto. Come il bambino di Nagasaki, Seita affronta il peso insostenibile della guerra con una maturità forzata, proteggendo la sorellina Setsuko fino all’ultimo.
Isao Takahata non dichiarò mai di essersi ispirato direttamente alla foto di O’Donnell, ma il parallelismo è inevitabile. Il film è invece dichiaratamente basato sul > libro semi-autobiografico di Akiyuki Nosaka, che perse davvero la sorellina durante la guerra e scrisse la sua storia come forma di espiazione e memoria.
La somiglianza tra la fotografia e il film non è solo visiva, ma emotiva: entrambe le opere ritraggono l’infanzia strappata via dalla guerra, l’indifferenza degli adulti e l’amore fraterno come ultimo rifugio in un mondo che crolla. Ancora oggi, sia l’immagine scattata da O’Donnell sia il film di Takahata restano testimonianze imprescindibili per comprendere il vero volto dei conflitti tutt’oggi in corso: quello di chi, troppo giovane per combattere, ne paga il prezzo più alto.
Un monito sempre valido per il futuro
Joe O’Donnell scattò decine di immagini in Giappone tra il 1945 e il 1946, ma molte rimasero inedite nei suoi archivi privati fino agli anni ’90, quando iniziò a svelarle in mostre e conferenze per sensibilizzare sulle conseguenze delle armi nucleari. Dopo la guerra, O’Donnell continuò a lavorare come fotografo ufficiale della Casa Bianca per diversi presidenti americani.
Tuttavia, dichiarò che gli scatti fatti in Giappone rimasero «una ferita aperta» per tutta la vita. Ancora oggi, la fotografia del bambino di Nagasaki è esposta in musei della pace in Giappone e utilizzata in campagne contro il nucleare. È considerata una delle immagini più toccanti del ‘900.
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