Intelligenza artificiale al posto dei lavoratori stranieri in Giappone
In Giappone il tema dei lavoratori stranieri è diventato centrale nel dibattito politico, soprattutto dopo le > elezioni della Camera bassa dello scorso 8 febbraio. Pochi giorni prima, il 23 gennaio, il Consiglio dei ministri aveva approvato un piano che prevede l’arrivo di 1.231.900 lavoratori stranieri entro marzo 2029, distribuiti in 19 settori colpiti da una grave carenza di manodopera.
Mentre alcuni partiti hanno proposto quote, limiti più rigidi o controlli più severi per gli immigrati, soprattutto a livello locale, una forza politica emergente ha lanciato una proposta radicalmente diversa. Ovvero sostituire parte della forza lavoro, inclusi gli stranieri che sarebbero i primi silurati, con l’> intelligenza artificiale.
Chi è il Team Mirai?
Il Team Mirai, partito fondato a maggio 2025 dall’ingegnere dell’IA Takahiro Anno, si è presentato alle elezioni senza seggi uscenti e ha ottenuto 11 seggi con il sistema proporzionale. Un risultato sorprendente per un movimento politico nuovo e guidato da tecnici e professionisti del settore tecnologico. La loro idea è chiara: l’intelligenza artificiale non è solo uno strumento di supporto, ma la chiave per trasformare radicalmente la società giapponese.
Meno manodopera a basso costo, più tecnologia
Nel programma del Team Mirai si legge una doppia linea:
accettare solo personale straniero altamente qualificato
limitare l’ingresso di lavoratori a basso salario
ridurre la dipendenza dal lavoro straniero attraverso l’automazione e l’IA
Il partito critica implicitamente il modello basato sui tirocinanti tecnici stranieri, spesso impiegati in settori a bassa retribuzione, e propone una riforma strutturale fondata su tecnologia e innovazione. Secondo Anno, la priorità è preservare sicurezza pubblica e identità culturale, affrontando al contempo la carenza di manodopera non con più immigrazione, ma con più tecnologia.
L’IA colpirà soprattutto i colletti bianchi?
Il Team Mirai non ha indicato con precisione quali settori potrebbero essere sostituiti dall’IA. Tuttavia, Anno ha dichiarato che i lavori più a rischio non sono necessariamente quelli manuali, ma quelli d’ufficio. In altre parole, il vero terremoto potrebbe colpire i colletti bianchi, indipendentemente dalla nazionalità.
“Non sono tanto le persone impegnate sul campo, quanto i lavori d’ufficio, raccolta di informazioni, elaborazione dati, risposte standardizzate, che l’IA può gestire più facilmente di un umano.”
Il contesto: più controlli sui lavoratori stranieri
La proposta del Team Mirai arriva mentre il governo del > Primo Ministro Sanae Takaichi sta introducendo nuove regole per la gestione dei lavoratori stranieri. Dal 2027 entrerà in vigore infatti un nuovo sistema che sostituirà l’attuale Technical Intern Training Program. Tra le novità proposte dalla premier: l’obbligo di superare il Japan Foundation Test for Basic Japanese, un esame linguistico che certifica le competenze comunicative di base in giapponese.

I numeri: un record storico
A ottobre 2025 il Giappone contava oltre 2,5 milioni di lavoratori stranieri, con un aumento di 268.000 unità rispetto al 2024. Un record assoluto per un Paese che in passato ha sempre avuto un’immigrazione molto bassa.
I settori lavorativi principali in cui lavorano gli stranieri in Giappone:
Manifattura: 635.000
Servizi: 392.000
Commercio all’ingrosso e dettaglio: 340.000
Alberghiero e ristorazione: 320.000
Ecco invece gli stranieri impiegati per nazionalità:
Vietnam: 606.000 (23,6%)
Cina: 432.000 (16,8%)
Filippine: 261.000 (10,1%)
Tecnologia o immigrazione? Il dilemma del Giappone
Il Giappone si trova davanti a una scelta strategica: compensare il declino demografico con più stranieri o con più automazione? Il Team Mirai propone una terza via: meno dipendenza da manodopera a basso costo e più investimento in IA, puntando su talenti altamente qualificati, anche non giapponesi.
Resta però una domanda fondamentale: l’intelligenza artificiale può davvero sostituire in tempi brevi centinaia di migliaia di lavoratori? E soprattutto, quale sarà il costo sociale di questa trasformazione? Il dibattito è appena iniziato e potrebbe cambiare radicalmente il futuro del lavoro e dei lavoratori in Giappone.
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