Il lato oscuro del kawaii: come la cultura del 'carino' imprigiona le donne giapponesi

Il lato oscuro del kawaii

La cultura kawaii, che ha fruttato al Giappone miliardi di guadagni, potrebbe aver creato una trappola per le donne nipponiche, costrette in un ruolo sociale soffocante. Il termine è onnipresente nel Paese e viene usato continuamente. Per molti il concetto è ora un sinonimo del Giappone stesso, rappresentato da mascotte tipo > Hello Kitty, simbolo riconoscibile anche a livello internazionale dell’estetica pop del ‘carino’. Ma non tutto è oro ciò che luccica, esiste anche un lato oscuro del kawaii.

Definire fisicamente il kawaii in realtà è semplice: colori pastello, forme morbide, tratti infantili, tanto rosa e una vasta gamma di oggetti trasformati in adorabili versioni antropomorfe. Ma questa parola non si limita a descrivere giocattoli o prodotti di consumo. E’ un’estetica che pervade ogni aspetto della vita quotidiana giapponese, dalle mascotte cittadine a quelle aziendali, persino le Olimpiadi hanno presentato i propri rappresentanti kawaii dedicati.

L’influenza del kawaii è più evidente nel mondo femminile nipponico, specialmente nelle giovani celebrità. Idol come le > AKB48 o > Kyary Pamyu Pamyu incarnano questa estetica iper-carina, spesso associata a voci acute e atteggiamenti giocosi e infantili. Sebbene il termine possa sembrare innocuo o addirittura positivo, nasconde una realtà complessa e inquietante: la pressione sociale di doversi conformare a un’immagine femminile di fragilità ed innocenza. Che perpetua una percezione distorta e tutta nipponica delle donne inferiori e infantili rispetto agli uomini.

Il lato oscuro del kawaii: come la cultura del 'carino' imprigiona le donne giapponesi

Le radici del kawaii

L’origine etimologica della parola kawaii  (可愛い, かわいい), deriva da ‘kao hayushi’ (顔映し), che significa ‘volto arrossato’, associato ad emozioni come timidezza o imbarazzo. Col tempo, il termine ha assunto un significato più ampio, includendo concetti come infantile e fragile. Il boom del kawaii esplose con la nascita del personaggio di > Hello Kitty nel 1974. Inizialmente rivolta alle giovani donne, questa cultura si estese presto a tutte le fasce della popolazione, abbracciando anche giovani uomini e bambini.

L’accettazione di queste qualità infantili e fragili ha reso il kawaii una costruzione sociale profondamente radicata, che riflette la percezione delle donne come esseri fisicamente e mentalmente più deboli degli uomini. E soprattutto, come è evidente nella maggior parte dei prodotti manga e anime giapponesi, bisognose di protezione. Tanto che la frase ‘voglio proteggerti’ ormai è diventata equiparabile ad una dichiarazione d’amore in Giappone.

Tuttavia, va specificato che l’estetica del kawaii esclude le donne adulte o mature, emarginandole da questo universo non appena si allontanano dall’età dell’innocenza. Anche per questo in Giappone è così radicato il mito dell’eterna giovinezza e il voler sembrare molto più giovani di quello che si è realmente. E purtroppo tutto questo si riflette anche nei diffusi gusti sessuali per ciò che è infantile, sfociando perfino nella pedofilia. Considerata storicamente non troppo grave nella cultura giapponese, proprio perché esaltazione di grandi qualità come la purezza e l’innocenza.

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Il filtro kawaii sul mondo femminile

La cultura kawaii contribuisce a ridurre le ragazze e le giovani donne a oggetti di consumo, valorizzate solo se hanno un’immagine infantile e carina. Le donne che abbracciano questa estetica, sono spesso trattate come inferiori o non prese sul serio in contesti professionali. Nel mondo del lavoro, molte di queste devono abbandonare il kawaii per essere considerate alla pari degli uomini. Ma anche in quel caso affrontano barriere dovute alla persistenza di stereotipi del Giappone legati alla femminilità.

Il conformismo gioca un ruolo cruciale nella società giapponese anche in questo caso. Molte donne si sentono obbligate a rispettare un’immagine kawaii per adattarsi agli standard sociali. Questo fenomeno è particolarmente evidente nel mondo dello spettacolo e degli Idol. Qui le giovani donne per poter lavorare, devono mantenere una personalità pubblica angelica e infantile. Tuttavia, quando subiscono abusi o molestie, come nel famoso caso dell’idol Maho Yamagushi, sono loro a dover chiedere scusa pubblicamente. Prendendosi la colpa per aver infangato l’immagine kawaii su cui si basa la loro carriera. Una cosa veramente aberrante.

Insomma la cultura kawaii, seppur fonte di potere economico per il Giappone, ha molti lati oscuri e rappresenta un ostacolo per l’emancipazione delle donne giapponesi. Limitate da aspettative che le vogliono carine, timide e infantili. Nonostante molte donne abbiano trovato un significato nell’abbracciare il kawaii, è innegabile che questa estetica imponga degli standard sociali che le relegano a ruoli stereotipati. Altro esempio di questo meccanismo è l’esistenza delle > Maid, che non sono altro che ragazze kawaii sottomesse al ruolo di cameriere personali per gli uomini. Le donne sono molto più che ‘kawaii’ e il Giappone prima o poi dovrà affrontare questo squilibrio per promuovere una visione più equa e matura della propria femminilità.

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