Divorziati ma ancora conviventi in Giappone
In Giappone sta emergendo una particolare forma di separazione chiamata dōkyo rikon (同居離婚), espressione che significa letteralmente ‘divorzio con convivenza’. Si tratta di coppie che mettono fine legalmente al matrimonio, ma continuano a vivere nella stessa casa, spesso per risparmiare denaro o crescere insieme i figli.
Secondo un avvocato divorzista intervistato dal programma ABEMA Prime, questa soluzione starebbe diventando sempre più comune in Giappone, persino tra le coppie senza figli. In un periodo caratterizzato dall’aumento del costo della vita e degli affitti, separarsi non significa necessariamente potersi permettere due abitazioni.
Divorziati, ma ancora una famiglia
Tra gli esempi più noti c’è il duo comico giapponese Hamako e Terako, che hanno continuato a lavorare insieme anche dopo il divorzio, avvenuto nel 2018 dopo dieci anni di matrimonio. La ragione principale? I costi elevati della vita da single.
Anche altre coppie scelgono questa strada soprattutto per il bene dei figli. Una donna ha raccontato di vivere ancora con l’ex marito e il loro figlio undicenne, nonostante il divorzio avvenuto tre anni prima. I due hanno stabilito regole precise sulla gestione delle spese e sulle condizioni per lasciare l’abitazione. Il fenomeno è arrivato anche sotto i riflettori grazie all’attrice Katō Rosa, che nell’agosto 2025 ha raccontato di aver divorziato dall’ex calciatore Matsui Daisuke, continuando però a convivere con lui per crescere i loro due figli.
Quanti giapponesi scelgono il divorzio convivente?
Non esistono statistiche ufficiali sul numero di coppie che divorziano senza separarsi fisicamente. I dati del Ministero della Salute giapponese registrano infatti i divorzi, ma non distinguono chi continua a vivere sotto lo stesso tetto.
Nel 2025 il Giappone ha registrato 179.068 divorzi, il 3,7% in meno rispetto all’anno precedente. Il picco risale al 2002, quando furono registrati quasi 290.000 casi. Il calo dei divorzi, tuttavia, non racconta tutta la storia. Secondo l’avvocato Takehiro Saitō, che dichiara di aver seguito oltre 10.000 coppie, il dōkyo rikon sarebbe diventato molto più frequente rispetto al passato.
Risparmiare, crescere i figli e liberarsi dalle aspettative sociali
Le ragioni economiche sono tra le principali motivazioni. Affitti elevati, prezzi in aumento e mutui condivisi possono rendere difficile iniziare una nuova vita in due abitazioni separate. Continuare a convivere permette di dividere le spese senza rinunciare formalmente al divorzio.
Ma non è soltanto una questione di soldi. Per alcune donne, soprattutto nelle comunità più tradizionali, divorziare significa anche liberarsi dalle aspettative sociali legate al ruolo di moglie. È possibile, quindi, voler interrompere il rapporto matrimoniale senza rinunciare alla collaborazione con l’ex partner o alla presenza quotidiana nella vita dei figli. Lo scrittore Toshinao Sasaki ha descritto questa trasformazione come una sorta di separazione delle funzioni del matrimonio: amore, gestione economica e genitorialità non devono necessariamente restare legati alla stessa relazione.
I rischi legali: dal mantenimento ai mutui
Vivere insieme dopo il divorzio, però, può creare anche problemi. Una volta sciolto il matrimonio, vengono meno alcuni obblighi reciproci, ma se gli ex coniugi continuano a comportarsi come una coppia sposata, le autorità potrebbero riconoscere l’esistenza di un matrimonio di fatto. Questo può avere conseguenze sugli obblighi finanziari e sull’accesso ai sussidi destinati ai genitori single. Le autorità giapponesi valutano infatti la situazione concreta della famiglia, non soltanto i documenti: la convivenza, il sostegno economico e le modalità di vita possono influire sulla decisione.
Un’altra complicazione riguarda la casa. Il divorzio non cancella automaticamente un mutuo condiviso e liberarsi di un immobile può essere difficile quando il valore della proprietà è inferiore al debito residuo. Per questo, continuare a vivere insieme può sembrare la soluzione più semplice nell’immediato, ma trasformarsi in un problema quando uno dei due desidera risposarsi o trasferirsi.
Dal 1° aprile 2026, inoltre, sono entrate in vigore modifiche al Codice civile giapponese che hanno esteso da due a cinque anni il termine per richiedere la divisione dei beni dopo il divorzio. E introdotto per la prima volta la possibilità di scegliere l’affidamento congiunto dei figli. Fino a pochi mesi fa, restavano solo ad uno dei due ex-coniugi (spesso la madre), che poteva legalmente impedire all’altro di vederli.
Una nuova forma di famiglia o un compromesso economico?
Il dōkyo rikon divide anche l’opinione pubblica. Alcuni si chiedono se chi continua a convivere possa avere diritto ai benefici riservati ai genitori single, mentre altri vedono in questa scelta un modo pragmatico per affrontare le difficoltà economiche senza stravolgere la vita dei figli. L’avvocato Saitō considera questa soluzione potenzialmente valida, ma avverte che è fondamentale stabilire regole chiare fin dall’inizio. Senza accordi precisi sulla divisione delle spese, sulle responsabilità familiari e sulle condizioni per lasciare la casa, il rischio di nuovi conflitti è elevato.
Il ‘divorzio convivente‘ mostra come il matrimonio stia cambiando anche in Giappone: non sempre la fine legale di una relazione coincide con la fine della vita condivisa. Per alcune coppie è un compromesso dettato dalla necessità, per altre una nuova organizzazione familiare. Resta però una domanda: quando si smette di essere marito e moglie sulla carta, ma si continua a vivere comunque come una famiglia, quanto è davvero cambiato?
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