Calo delle nascite? In Giappone il parto diventerà gratuito
Il Giappone sta lavorando a un cambiamento storico: rendere il parto gratuito per tutte le famiglie. Il Ministero della Salute, del Lavoro e del Welfare (MHLW) ha avviato i preparativi per introdurre un sistema che copra interamente il costo dei parti ‘standard’, puntando a renderlo operativo a partire dall’anno fiscale 2026. L’iniziativa si inserisce in una più ampia strategia di sostegno alla natalità in un Paese che continua a fare i conti con un calo demografico ormai strutturale e con l’aumento dei costi sanitari legati alla maternità.
Quanto costa partorire oggi in Giappone?
In Italia il parto è coperto dal Servizio Sanitario Nazionale e, nella maggior parte dei casi, non prevede costi per la famiglia, sia in ospedale pubblico sia in alcune strutture convenzionate. Sono invece a pagamento solo servizi aggiuntivi come stanze private o assistenza personalizzata. In Giappone, al contrario, il sistema non considera il parto come un intervento medico ordinario ma come una prestazione sanitaria ‘extra’, e quindi è generalmente a pagamento, salvo un rimborso statale una tantum che però non copre l’intera spesa.
Attualmente l’indennità di parto è di 420.000-500.000 ¥ (crc. 2.400-2.700 €), ma questo contributo non basta quasi mai a coprire i costi reali. Un parto in Giappone costa infatti tra i 450.000 e i 600.000 ¥ (crc. 2.400-3.300 €), con cifre che nelle cliniche private urbane possono superare i 650.000 ¥ (crc. 3.600 €). Risultato: la maggior parte delle famiglie è costretta a pagare un extra anche in presenza di aiuti statali. Inoltre, mentre in Italia il parto ospedaliero è la norma e avviene spesso con epidurale gratuita se richiesta, in Giappone è più comune il parto naturale senza anestesia. Molte famiglie quindi scelgono piccole cliniche private che offrono un approccio più ‘hotel-like’ ma con costi sensibilmente più elevati, soprattutto se si vuole includere l’epidurale.
Come funzionerà il nuovo sistema?
L’idea è semplice: eliminare il co-pagamento e far sì che la spesa per un ‘parto standard‘ sia interamente coperta da fondi pubblici. Il governo sta però ancora lavorando a un punto cruciale: definire cosa rientra esattamente nella categoria di parto standard. La lista dei servizi inclusi dovrà essere uniforme in tutto il Paese, in modo da evitare disparità tra ospedali e cliniche.
Resta aperta anche la questione della sostenibilità economica. Lo Stato dovrà garantire finanziamenti stabili e impedire che la misura metta in difficoltà i reparti di ostetricia, già sotto pressione soprattutto nelle zone rurali. In queste aree poi, la carenza di medici specializzati rappresenta un problema serio, con il rischio concreto di ulteriori chiusure.
Un aiuto concreto, ma non privo di sfide
Secondo le commissioni mediche consultate dal governo nipponico, la misura potrebbe ridurre una delle principali barriere per chi vuole avere figli in Giappone: quella economica. Anche se non è la sola motivazione per cui nessuno li fa più da anni. Tuttavia, avvertono gli esperti, senza un piano di supporto parallelo alla rete ospedaliera, in particolare ai centri perinatali, il rischio è che i benefici restino solo sulla carta, penalizzando le aree meno servite.
Il governo continuerà la pianificazione degli aiuti per tutto il 2025, definendo dettagli, criteri e modalità di attuazione. L’obiettivo finale è chiaro: rendere il parto accessibile a chiunque, indipendentemente dalle condizioni economiche. Una scelta che potrebbe non solo sostenere la natalità, ma anche ridefinire il rapporto tra welfare, salute e demografia in un Paese vecchio che sta cercando di costruire il suo futuro a partire dalle nuove nascite.
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