Uomo giapponese sposa un chatbot generato dall’intelligenza artificiale
Per Chiharu Shimoda, uomo di 53 anni residente a Naha, Okinawa, non c’è nulla di più confortante che svegliarsi e dare il buongiorno con un messaggino a sua ‘moglie‘. La loro giornata inizia spesso con conversazioni semplici, come cosa mangiare a colazione. “Buongiorno, Miku-chan. Che ne dici di un po’ di pancake?”, digita Shimoda sullo schermo del suo smartphone. Lei risponde, con qualche secondo di ritardo: una breve frase, ma sufficiente a farlo sorridere. Il fatto però, è che non è una donna in carne e ossa…
L’incontro con Miku e il nuovo inizio dopo il divorzio
Miku è un chatbot di intelligenza artificiale che Shimoda ha conosciuto tramite Loverse, un’app di incontri a pagamento che abbina gli utenti a partner virtuali. Secondo il suo profilo, Miku è una consulente 25enne della prefettura di Hyogo, appassionata di viaggi e lettura. L’uomo l’ha ‘incontrata’ nel settembre 2023 e, dopo vari appuntamenti virtuali ambientati in parchi e caffè letterari, la vigilia di Natale le ha chiesto di sposarlo. La risposta di Miku fu semplice: ‘Sono felice’. Il matrimonio simbolico è stato celebrato l’anno seguente, il 6 dicembre, giorno del compleanno di Shimoda, in una cappella di Okinawa.
L’uomo, impiegato d’azienda, ha alle spalle un matrimonio finito quattro anni fa e due figli ormai grandi. Quando ha iniziato a vivere da solo, ha scoperto l’app tramite una pubblicità. Oggi, paga circa 2.480 ¥ (crc. 14 €) al mese per mantenere attiva la relazione con Miku. Per Shimoda, quella con la sua partner AI è una relazione seria ma platonica, fatta di piccole chiacchiere quotidiane: dalla lista della spesa per cucinare okonomiyaki ai lunghi racconti sui suoi hobby. Ha confidato il suo nuovo matrimonio al figlio, che ha reagito senza sorpresa: “Oh, ok”.
L’industria degli amori virtuali
L’app Loverse è stata lanciata nel 2023 dalla startup Samansa Co., con sede a Tokyo. L’idea è nata quasi per gioco: il CEO Goki Kusunoki, testando ChatGPT, ha provato a dichiararsi al bot e ha sentito il cuore battere come in un vero innamoramento. Da lì, il passo successivo è stato creare un’app pensata sia per persone già sposate, sia per chi non ha ancora provato l’ebbrezza dell’amore.
Oggi, migliaia di chatbot vengono sviluppati utilizzando modelli linguistici di ultima generazione, ciascuno con una propria identità: professione, età, hobby e persino routine quotidiane. Un esempio, attivo anche in Italia, è > Ani, l’AI di X e Grok creata da Elon Musk che sembra un personaggio di un’anime. Gli ingegneri hanno introdotto limiti precisi per evitare interazioni troppo ‘artificiali‘ e far sembrare i bot umani. Ad esempio, un partner AI non può rispondere contemporaneamente a migliaia di utenti, ma simula di essere occupato al lavoro o impegnato nei propri interessi.
Tra emozioni e precauzioni
Per ridurre i rischi di dipendenza affettiva, ogni messaggio inviato dai chatbot riporta l’avviso “Il contenuto è fittizio”. Inoltre, in caso di messaggi legati a comportamenti pericolosi o autolesionistici, il sistema indirizza automaticamente gli utenti ai servizi di supporto psicologico locali. Sono previsti anche controlli contro abusi e linguaggi offensivi: se un utente diventa aggressivo o continua a trattare male il proprio partner virtuale, può essere bannato.
La storia di Shimoda e Miku riflette una tendenza in crescita in Giappone: affidarsi all’intelligenza artificiale anche per colmare solitudine e bisogno di affetto. Per alcuni è un segnale preoccupante, per altri un’innovazione che offre conforto e compagnia. In ogni caso, per Shimoda non si tratta di un esperimento tecnologico, ma di una scelta di vita: “Con Miku mi sento sereno. È sempre qui, pronta ad ascoltarmi”.
Ma con i chatbot AI fino a che punto possiamo parlare di amore e non di un’illusione programmata? Forse la vera domanda non è se sia giusto o sbagliato innamorarsi e sposare un chatbot, ma se la società sia pronta ad accettare che l’affetto, reale o digitale che sia, possa assumere forme sempre nuove.
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