In Giappone puoi assumere un ‘professionista del lutto‘
In Giappone e in altre parti dell’Asia, esistono figure professionali ingaggiate per piangere ai funerali. Queste presenze non servono solo a riempire un vuoto emotivo, ma hanno un ruolo culturale profondo. Resistono particolarmente in popolazioni che spesso nascondono stoicamente il dolore e, oltre a piangere, guidano i partecipanti alle tempistiche delle celebrazioni recitando preghiere, intonando canti e rendendo più intenso e collettivo il momento dell’addio al defunto.
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Questi ‘dolenti a pagamento’ non si limitano a fingere il dolore, ma il loro intervento permette alle famiglie di elaborare il lutto indirettamente. In alcuni casi, colmano anche l’assenza di parenti o il vuoto lasciato dalla solitudine di persone che non hanno nessuno che le pianga. È un mestiere difficile, che richiede empatia, conoscenza dei rituali e grandi capacità espressive che devono rendere credibile e non patetica la performance attoriale.
Radici antiche, funzioni moderne
In Giappone il 90% dei funerali segue riti buddisti. Rituali come il matsugo-no-mizu (l’ultima acqua per i defunti) e il kotsuage (la raccolta delle ossa con le bacchette dopo la cremazione), riflettono profondi doveri spirituali e sociali. Sebbene oggi siano meno comuni, storicamente i professionisti del pianto accrescevano il peso emotivo di queste cerimonie, garantendo che anche a famiglie più piccole rispetto per i propri cari estinti.
Questa pratica ha origini molto antiche: risale a riti cinesi e si è diffusa durante il periodo Heian in Giappone, fino a entrare nei cerimoniali buddisti e confuciani moderni. Oggi, pur evolvendosi, sopravvive sotto nuove forme. Con l’avvento del ‘capitalismo funerario’, alcuni pacchetti includono anche i piantisti. Addirittura durante la pandemia, venivano spesso assunti in forma virtuale attraverso videochiamate. Esiste anche un romanzo specifico sull’argomento, intitolato
Un fenomeno globale
I ‘dolenti professionisti’ non sono un fenomeno esclusivamente Asiatico. In Messico ad esempio, le lloronas partecipano ai funerali mescolando antiche tradizioni indigene con rituali cattolici. In Irlanda, i keeners intonavano lamenti per accompagnare le anime nell’aldilà. Anche in Italia la pratica del ‘pianto falso’ ai funerali, ha una lunga tradizione. Le prefiche, spesso donne, erano pagate per piangere in nome di parenti intimi, rievocando episodi della vita del defunto. Questa usanza, anche se meno diffusa oggi, è ancora presente in alcune aree, soprattutto in Sardegna e in alcune zone del Sud Italia.
Tuttavia, la modernizzazione mette a rischio queste tradizioni. In Corea del Sud, i funerali sono sempre più gestiti da colossi aziendali, mentre in Giappone cresce il ricorso allo shūkatsu, la pianificazione del fine vita, che predilige cerimonie sobrie e personalizzate che, su richiesta, prevedono anche la presenza di piantisti professionisti.

Un mestiere tra stigma e riconoscimento
Nonostante i cambiamenti globali, il futuro di questa figura professionale non è del tutto compromesso. Con un’industria funebre mondiale destinata a superare i 100 miliardi di euro entro il 2026, le culture collettiviste come quella giapponese, potrebbero continuare a preservare il ruolo dei professionisti del lutto come mediatori tra dolore privato e rituale pubblico.
Nonostante il pregiudizio che li circonda, i piantisti possono avere un impatto positivo sulla salute mentale e sulla guarigione emotiva dal lutto. Studi recenti mostrano come la loro presenza possa aiutare ad affrontare il dolore in modo più consapevole. In un Paese che invecchia come il Giappone, il loro ruolo potrebbe rivelarsi utile anche in futuro per il benessere collettivo.
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