Esiste un’isola sacra in Giappone dove alle donne viene proibito di mettere piede
Al largo delle coste del Kyushu, nella prefettura di Fukuoka, si trova Okinoshima, un luogo avvolto da mistero e sacralità. Non si tratta di una semplice isola: è un santuario shintoista vivente, venerato come una divinità e riconosciuto dall’UNESCO come Patrimonio dell’Umanità dal 2017.
Nell’isola è presente il Munakata Shrine Okitsumiya, e ciò che rende questo sito davvero particolare e genera oggi molte polemiche, è una regola che resiste da secoli. Si chiama ‘nyonin kinsei‘ e vieta alle donne, giudicate ‘impure‘, non solo di entrare nel santuario, ma di visitare l’intera isola considerata terra sacra. Seppure sia dedicata alla Dea Tagorihime.
Nella religione shintoista, la purezza rituale è fondamentale. Qualsiasi forma di contaminazione, chiamata kegare, deve essere sempre evitata. Poiché il sangue in generale è ritenuto impuro, questa credenza si estende anche a quello mestruale. Per questo, storicamente, la presenza di donne in età fertile è stata considerata una minaccia per la sacralità del luogo. Da qui nasce il divieto, che non è solo un’usanza culturale, ma un dogma religioso radicato e ancora oggi osservato.
Protezione o discriminazione?
Alcuni studiosi ipotizzano che il divieto abbia avuto anche una funzione pratica. Raggiungere Okinoshima in passato non era facile: le acque attorno all’isola sono insidiose e, nei tempi antichi, i viaggi in mare potevano essere molto pericolosi.
Escludere le donne poteva quindi essere visto anche come una forma di protezione, più che di discriminazione. In ogni caso, non si tratta di un’usanza eccezionale. Sia in Giappone che in altre culture asiatiche, tra cui in Thailandia ad esempio, non mancano esempi di spazi religiosi in cui l’accesso femminile collegato alle mestruazioni è limitato o proibito.
Un Santuario immutato nel tempo
In realtà l’accesso ad Okinoshima è rigidamente controllato per tutti, anche per gli uomini. Solo pochi monaci, sacerdoti e ricercatori hanno il permesso di sbarcare nell’isola. Devono essere un massimo di 200 persone una sola volta l’anno, il 27 maggio, con un rituale di purificazione ben preciso: non appena sbarcati devono immergersi nudi nelle acque del mare, così da presentarsi ‘puri’ davanti alle divinità.
Secondo i locali, tale pratica servirebbe non solo a placare le divinità del luogo, ma anche le anime dei soldati russi e giapponesi morti in battaglia a inizio Novecento in prossimità dell’isola. E’ inoltre vietato anche raccontare a terzi particolari del luogo e ovviamente portare via sassi e oggetti vari trovati lì come ricordo.
Tradizione contro modernità
Al giorno d’oggi, tuttavia, un divieto di accesso alle donne suscita inevitabili polemiche. In un’epoca che parla giustamente di parità e inclusione, appare anacronistico e discriminatorio. Allo stesso tempo, Okinoshima rimane una testimonianza vivente di quanto profondamente le tradizioni religiose possano influenzare la società, resistendo imperterrite al passare dei secoli.
Okinoshima non è solo un’isola proibita al sesso femminile: è un luogo che racconta la complessa tensione tra fede e modernità, tra sacralità immutabile e valori del presente. Il divieto non è soltanto il retaggio di un’antica visione della purezza shintoista, ma anche il risultato di contesti storici e pratici che ne hanno rafforzato la tradizione. Oggi questa usanza controversa, rappresenta un modo per preservare l’unicità spirituale dell’isola, ma è anche specchio delle tensioni irrisolte tra fede, tradizione e valori di uguaglianza che caratterizzano il mondo odierno. E che ovviamente non esistono solo in Giappone, ma anche in altri Paesi moderni, compresa l’Italia.
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