Attore giapponese rischia un anno di carcere per 0.4 grammi di cannabis
L’attore giapponese Hiroya Shimizu si è dichiarato colpevole dopo che la polizia ha rinvenuto 0,4 grammi di cannabis nella sua abitazione di Tokyo. Una quantità irrisoria secondo gli standard di molti paesi occidentali, ma sufficiente in Giappone a innescare un procedimento penale pesantissimo. L’accusa ha infatti chiesto un anno di carcere per il reato.
Il caso è rapidamente diventato virale, non tanto per la notorietà dell’attore, quanto per ciò che rappresenta: l’ennesima dimostrazione di quanto il Giappone mantenga una linea durissima e inflessibile nei confronti delle droghe. Cannabis e leggere incluse.
‘L’ho provata all’estero‘: la spiegazione che non funziona
Secondo i procuratori, Shimizu avrebbe fumato marijuana per la prima volta a 20 anni, durante una festa privata negli Stati Uniti. In molti stati americani infatti, l’uso ricreativo e terapeutico delle droghe leggere è legale. Una circostanza che in altri contesti potrebbe essere considerata una spiegazione, se non un’attenuante. In Giappone, invece, non lo è affatto.
Il sistema legale giapponese non riconosce alcuna giustificazione culturale o geografica: ciò che è illegale in patria resta illegale, indipendentemente da dove l’uso sia iniziato o da quanto sia normalizzato all’estero. L’argomento ‘l’ho imparato fuori dal Giappone‘ non solo non riduce la colpa, ma viene spesso percepito come irrilevante.
Sorveglianza, irruzione e arresto immediato
Un altro aspetto che ha colpito l’opinione pubblica è la modalità dell’indagine. La polizia stava monitorando Shimizu già da gennaio e ha fatto irruzione nella sua abitazione a settembre, procedendo all’arresto immediato nonostante la quantità estremamente ridotta di cannabis sequestrata. Questo riflette una prassi consolidata: in Giappone il semplice possesso è considerato un reato grave, e non esiste una distinzione sostanziale tra uso personale e spaccio come avviene in molti altri ordinamenti.
Dopo l’arresto, Shimizu si è pubblicamente scusato con i fan e con l’industria dell’intrattenimento. In Giappone le scuse pubbliche sono un passaggio quasi obbligato, soprattutto per i personaggi famosi, e servono a riconoscere la colpa sul piano morale e sociale. Tuttavia, è importante chiarirlo: le scuse non hanno alcun effetto sulla gravità legale del reato. Molti stranieri rimangono sorpresi da questo aspetto, aspettandosi che il pentimento pubblico possa tradursi in una maggiore clemenza giudiziaria. In materia di droga, questo non funziona.
Un monito per stranieri e turisti
Il processo a Hiroya Shimizu sta assumendo un valore che va oltre il singolo caso giudiziario. È diventato un campanello d’allarme per turisti e residenti stranieri, spesso convinti, erroneamente, che le leggi giapponesi sulla cannabis siano simili a quelle europee o nordamericane. Non lo sono per niente. Il Giappone adotta una politica di tolleranza zero assoluta, sia sul piano legale sia su quello sociale. Le conseguenze non si limitano al tribunale: una condanna per droga in Giappone può distruggere una carriera, compromettere la reputazione pubblica e portare all’esclusione permanente dal mondo del lavoro. Nel caso di un personaggio famoso da quello dello spettacolo.
Se Shimizu verrà condannato, la sua sentenza fungerà da messaggio pubblico inequivocabile: in Giappone la cannabis non è accettata in alcuna forma, nemmeno in quantità microscopiche. Non conta quanto sia comune altrove, non conta quanto sia minima la dose, non conta nemmeno essere una celebrità, anzi. E’ pure peggio venire beccati a fare cose illegali, perché in Giappone le persone famose dovrebbero sempre dare il buon esempio ai fan.
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