Tokyo Drift addio: il Giappone vieta la pratica iconica ma pericolosa
I giorni del drifting ‘spensierato’ sulle strade pubbliche giapponesi sono agli sgoccioli. Secondo quanto riportato dalla rivista automobilistica nipponica Kuruma News, il governo giapponese starebbe valutando una stretta normativa che potrebbe cambiare radicalmente il destino di questa pratica iconica dell’automobilismo nipponico.
Addio al mito del drifting urbano?
Per decenni il Giappone è stato sinonimo di tuning estremo, auto modificate e drifting, un immaginario reso popolare anche dal cinema hollywoodiano, in particolare dal celebre film del 2006 > Fast & Furious: Tokyo Drift. Ma dietro al fascino delle ‘derapate controllate‘ si nasconde una realtà molto meno cinematografica: il drifting su strada aperta al traffico è pericoloso e spesso letale.
Proprio per questo, il Ministero della Giustizia starebbe valutando di riclassificare gli incidenti legati al drifting come guida pericolosa, una fattispecie penale molto più grave rispetto alla semplice negligenza. Finora, infatti, l’assenza di una definizione giuridica chiara ha permesso di trattare questi casi con accuse relativamente lievi, e pene contenute.
Cos’è il drifting e perché è rischioso
Tecnicamente, il drifting consiste nel sovrasterzare volontariamente l’auto fino a perdere aderenza al posteriore, facendo scivolare il veicolo lateralmente ma mantenendone il controllo. Nelle mani di piloti esperti, può sembrare una manovra quasi elegante, tanto da essere diventata disciplina sportiva ufficiale in campionati come il Formula Drift.
Le auto a trazione posteriore (RWD) sono le più adatte a questa tecnica: modelli giapponesi leggeri e bilanciati come la Nissan 350Z o la Mazda RX-7 sono diventati vere icone della scena. Senza scordare quella che è considerata la vera regina del drift, la mitica Toyota Corolla AE86 (foto sopra). Assetti modificati, sospensioni dedicate e un’attenta messa a punto possono trasformare qualsiasi auto in una macchina da drifting. Ma tutto questo ha senso solo in pista, non nella pericolosità del traffico reale.
Cosa cambierebbe con la nuova legge
La possibile riforma richiederebbe ai legislatori di definire in modo esplicito il drifting all’interno del Codice della Strada e del diritto penale. Un passaggio cruciale, che aprirebbe la strada a sanzioni molto più dure per chi pratica derapate intenzionali su strade pubbliche.
E le conseguenze non sarebbero più simboliche: in caso di incidente mortale, una condotta classificata come guida pericolosa, di cui la derapata farà parte, può portare a condanne fino a 20 anni di carcere. In caso di incidente con conseguenti gravi lesioni invece, fino a 15 anni di reclusione.
Quando il drifting diventa tragedia
I rischi sono tutt’altro che teorici. Nel 2013, un diciottenne perse il controllo dell’auto durante una derapata a un incrocio di Yawata, nella prefettura di Kyoto, schiantandosi contro un guardrail e ferendo gravemente cinque studenti. All’epoca, l’incidente fu giudicato come guida negligente e si concluse con una condanna relativamente lieve: una pena indeterminata da 18 a 30 mesi di carcere. Con la nuova classificazione allo studio, un episodio simile oggi avrebbe conseguenze penali enormemente più gravi.
Se la riforma andrà in porto, il messaggio sarà chiaro: il drifting non è più folklore urbano, ma una condotta criminale quando praticata su strada. Un colpo durissimo per l’immaginario pop legato alle auto giapponesi, ma probabilmente inevitabile in un Paese che punta da sempre sulla sicurezza, anche stradale. La domanda ora è una sola: chi sarà ancora disposto a rischiare 20 anni di carcere per una derapata?
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