La polizia giapponese consiglia alle donne di non reclamare gli oggetti smarriti

La polizia giapponese consiglia alle donne di non reclamare gli oggetti smarriti

Il Giappone è famoso per l’onestà dei suoi cittadini: smarrire un portafoglio o un qualsiasi altro oggetto, compresi dei soldi in contanti, non significa averli persi per sempre. Chi trova qualcosa abbandonato per terra o in qualche luogo pubblico, solitamente lo consegna al più vicino koban, piccolo posto di polizia, facilitando molto il suo veloce recupero.

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Eppure, oltre l’idillio di utopica onestà dei giapponesi, c’è un problema e come spesso accade a farne le spese sono le donne. Da anni infatti alcune di loro raccontano online una situazione decisamente meno rassicurante: per loro recuperare un oggetto smarrito può significare esporsi a molestie o stalking da parte di chi lo ha trovato!

Nome e indirizzo possono essere condivisi

Il problema nasce da alcune disposizioni della legge giapponese sugli oggetti smarriti. Chi trova un oggetto può avere diritto a una ricompensa compresa tra il 5% e il 20% del suo valore. Ma c’è un altro aspetto più delicato. Se chi ritrova l’oggetto comunica i propri dati, la polizia può, in determinate circostanze e su richiesta, fornire nome e indirizzo della persona che lo ha perso.

Il consenso del proprietario non sarebbe necessariamente richiesto. Per una persona che vuole semplicemente recuperare il proprio bene, questo può trasformarsi quindi in un problema di sicurezza. Una giovane donna ha raccontato di essere stata avvertita direttamente da un agente: il consiglio sarebbe stato di ‘non andare a ritirare personalmente l’oggetto‘, perché l’uomo che lo aveva trovato voleva incontrarla di persona e ringraziarla. Il post scritto dalla ragazza (qui sotto) ha raccolto ben 43.000 like e 42 milioni di visualizzazioni!

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La polizia giapponese consiglia alle donne di non reclamare gli oggetti smarriti

Le storie raccontate dalle donne

Sui social sono poi comparsi diversi racconti simili. Una donna ha raccontato di aver incontrato nuovamente l’uomo che aveva trovato il suo oggetto in un minimarket vicino casa. Quando lui le avrebbe chiesto se abitasse nei paraggi, la donna si è rivolta alla polizia.

Un’altra ha raccontato di aver ricevuto telefonate e messaggi insistenti dopo aver recuperato un oggetto smarrito. In altri casi vengono descritte telefonate quotidiane, richieste di amicizie sui social e pedinamenti. Fino ad arrivare alla necessità di cambiare numero di telefono.

Un problema che riguarda soprattutto le donne?

Tutto questo non significa che ogni persona che ritrova un oggetto abbia cattive intenzioni. Anzi, la maggior parte dei ritrovamenti si conclude senza problemi e le persone restituiscono gli oggetti senza chiedere nulla in cambio. Il problema nasce quando il sistema viene utilizzato da qualcuno come pretesto per ottenere informazioni personali o creare un contatto indesiderato.

In alcuni casi, inoltre, gli stessi agenti di polizia sembrano aver cercato soluzioni per proteggere i proprietari. Una donna ha raccontato, per esempio, che una volta un agente si sarebbe offerto di registrare a proprio nome il ritrovamento della sua patente, impedendo così alla persona che l’aveva ritrovata di ottenere i suoi dati.

La polizia giapponese consiglia alle donne di non reclamare gli oggetti smarriti

Il grosso problema dello stalking in Giappone

La questione assume un peso maggiore considerando l’attenzione crescente verso lo stalking in Giappone. La polizia metropolitana di Tokyo ha registrato 1.751 consulenze per stalking nel 2025, in aumento del 20,3% rispetto all’anno precedente. Le donne ovviamente rappresentavano l’80,8% delle persone che si erano rivolte alla polizia e una parte dei casi riguardava proprio richieste insistenti di incontro o di relazione. Questo spiega perché, per alcune donne, anche un gesto apparentemente innocuo come recuperare un portafoglio, una tessera o un paio di chiavi, in Giappone possa diventare motivo di preoccupazione.

Purtroppo, alcuni episodi di stalking sono sfociati in tragedie che hanno sollevato interrogativi sulla tutela delle vittime. A Kanagawa, una donna è stata uccisa dall’ex compagno dopo averlo denunciato per stalking per ben nove volte. In un altro caso recentissimo, diventato noto anche a livello internazionale, una donna è stata > uccisa dal suo ex all’interno del Pokémon Center di Ikebukuro, a Tokyo.

Vicende di questo tipo hanno alimentato il dibattito sulla risposta delle autorità giapponesi ai casi di stalking. Tra le proposte avanzate c’è anche una revisione della normativa, con l’ipotesi di introdurre braccialetti elettronici con localizzazione GPS per monitorare gli stalker. Una misura attualmente assente in Giappone, ma già adottata in Corea del Sud.

Un sistema che normalmente funziona alla grande 

I numeri mostrano comunque quanto sia enorme il sistema degli oggetti smarriti in Giappone. La polizia metropolitana di Tokyo gestisce milioni di oggetti ogni anno e la maggior parte vengono restituiti ai legittimi proprietari. Chi trova qualcosa solitamente non pretende assolutamente nulla. È proprio questo uno degli aspetti più apprezzati della cultura giapponese: chiunque trovi un portafoglio lo consegna alla polizia, anche se è pieno di soldi, senza aspettarsi una ricompensa.

Il problema, quindi, non è l’onestà dei giapponesi in generale, ma la possibilità che una procedura pensata per facilitare la restituzione degli oggetti possa essere sfruttata da persone con intenzioni completamente diverse. E quando si parla di sicurezza personale, soprattutto nei casi di stalking, anche una possibilità relativamente rara può diventare una questione da prendere sul serio.

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