In Giappone vendere sesso è reato, mentre comprarlo no
In Giappone esiste una curiosa e sessista asimmetria legale: ricevere denaro in cambio di rapporti sessuali è illegale, ma pagare per ottenerli non lo è. Un assurdo paradosso che però potrebbe avere i giorni contati.
Il Ministero della Giustizia giapponese ha infatti annunciato la creazione di un gruppo di esperti incaricato di rivedere la legge sulla prevenzione della prostituzione, aprendo alla possibilità di introdurre sanzioni anche per i clienti. Se la riforma andrà in porto, e molto probabilmente lo farà, cambierà un equilibrio giuridico che dura da decenni.
‘Baishun‘: quando la lingua racconta la cultura
In giapponese la parola ‘prostituzione‘ si dice ‘baishun‘ (売春). È composta da due kanji: 売 significa ‘vendere’, mentre 春 significa ‘primavera’. Letteralmente, quindi, ‘vendere la primavera‘. Un’espressione poetica solo in apparenza. In questo caso ‘primavera’ richiama la vitalità e la sessualità e il termine indica appunto la vendita di prestazioni sessuali. Ma il punto interessante non è solo linguistico: è giuridico. Perché la legge giapponese punisce solo chi ‘vende la primavera‘, non chi la compra.
Un vuoto legale molto discusso
La prostituzione, intesa come rapporto sessuale in cambio di denaro, è formalmente illegale in Giappone. Tuttavia, la normativa colpisce chi offre il servizio, non il cliente. Le ragioni sono storiche e culturali. Da un lato, si è spesso sostenuto che chi gestisce ed esercita la prostituzione in modo continuativo sia più ‘criminale‘ rispetto al cliente, che potrebbe giustificare il proprio comportamento come un episodio isolato di debolezza.
Dall’altro lato, è difficile ignorare una lettura più critica: in un sistema dove la maggior parte dei clienti sono uomini e le lavoratrici sono donne, questo riflette anche un’impostazione tradizionale e sessista. Di fatto, oggi in Giappone pagare per un rapporto sessuale non comporta conseguenze penali, a meno che non vengano violate altre leggi (come nel caso di minori).
Perché ora si vuole cambiare la legge
Il 10 febbraio 2026 il Ministero della Giustizia ha annunciato la volontà di avviare una revisione normativa. L’obiettivo è valutare l’introduzione di sanzioni anche per chi paga per prestazioni sessuali. La decisione arriva in un clima di crescente pressione pubblica. In alcune aree urbane si è diffusa la pratica del cosiddetto > tachinbo, ovvero donne che stazionano per strada fingendo di attendere qualcuno armeggiando con il telefono, finché un cliente non si avvicina per contrattare. La maggior parte di queste non sono giapponesi ma straniere, in particolare provenienti da Thailandia e Sud-Est asiatico. E arrivano in Giappone attraverso canali illegali di tratta di esseri umani controllati dalla mafia Yakuza.
Esistono anche molti locali che non vendono, ufficialmente, un rapporto sessuale completo. Alcuni di questi, come centri massaggi e soapland definiti genericamente ‘servizi di intrattenimento per adulti’, possano offrire, dietro pagamento extra e a porte chiuse, prestazioni che sconfinano nell’illegalità. Ma questa cosa rende estremamente difficile per le autorità dimostrare che sia avvenuta prostituzione in senso stretto.
Punire i clienti: deterrenza o svolta culturale?
Dopo la sua nomina a Primo Ministro, > Sanae Takaichi ha incaricato il Ministro della Giustizia Hiroshi Hiraguchi di affrontare prontamente la questione prostituzione, accelerando il dibattito su una possibile riforma. Estendere le pene anche a chi paga però, non renderebbe automaticamente più facili le condanne. Ma l’obiettivo potrebbe essere creare un effetto deterrente. Se anche il cliente rischiasse una sanzione, l’idea è che molti potrebbero rinunciare per paura di essere beccati, riducendo così la domanda. E senza domanda, l’offerta, almeno teoricamente, diminuirebbe.
Se la riforma verrà approvata, finirà l’era della classica scusa usata da tutti i giapponesi fino ad ora ‘Io ho solo pagato per il sesso, i veri colpevoli sono quelli che me lo hanno offerto’ come scudo legale. E il Giappone si allineerebbe a quei Paesi che hanno scelto di colpire la domanda, non solo l’offerta. Ovviamente non parlo dell’Italia, dove ‘la prostituzione non è reato, né per chi la offre né per il cliente’ ma sono puniti solo sfruttamento, favoreggiamento, induzione e organizzazione.
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