Hikikomori: quando la tua stanza è la tua prigione

Hikikomori: quando la tua stanza è la tua prigione

Hikikomori è un termine giapponese coniato dallo psichiatra Tamaki Saito nel 2000, anche se i primi casi di questa sindrome sono stati riscontrati già a fine anni 80′. Questa parola è l’unione del verbo hiku (tirare indietro) e komoru (ritirarsi) e quindi è traducibile come ‘stare in disparte, auto-isolarsi‘. Parliamo di hikikomori, quando la tua stanza è la tua prigione.

Questa sindrome si manifesta con un rifiuto parziale o totale del paziente, è una vera e propria malattia psicologica, delle attività sociali, dentro e fuori la propria abitazione. Fino ad arrivare all’estremo isolamento protratto per mesi, o nei casi peggiori, addirittura per anni.

Il profilo tipico di un hikikomori è quello di un adolescente maschio con problemi di integrazione sociale e senza attività scolastiche o lavorative nel suo quotidiano. Ci sono anche ragazze hikikomori ma il loro numero è minimo rispetto ai ragazzi. Talmente minimo da non rientrare nelle statistiche che studiano questo fenomeno in Giappone, pur essendo in preoccupante aumento negli ultimi anni.

Per avere uno spaccato realistico del fenomeno, consiglio una geniale serie d’animazione che in questo caso è perfetta perchè tratta a 360 gradi l’argomento hikikomori: > Welcome to the NHK 

Questo bellissimo anime riesce a scavare all’interno della mentalità di un tipico ragazzo hikikomori giapponese. Per farlo unisce il comico al drammatico tanto da rendere il tutto meno pesante di quello che potrebbe essere dato l’argomento. Anzi. E’ proprio la chiave grottesca con cui affronta la tematica che lo rende un vero capolavoro del genere.

Colpisce in modo particolare la rappresentazione di alcuni lati oscuri della società nipponica attraverso i vari personaggi. C’è la depressa dal passato difficile che ha abbandonato la scuola, il nerd/otaku che non può scegliere liberamente il proprio futuro per seguire la strada scelta dai genitori, oppure l’insoddisfatta del proprio lavoro che medita il suicidio.

Inoltre mi hanno consigliato anche un film coreano che però non ho ancora visto ma provvederò al più presto. Dicesi molto molto bello > Castaway on the Moon

Ma per comprendere nel dettaglio tutto quello che riguarda questa grave sindrome moderna, è necessario partire dal particolare ambiente, la complessa società giapponese, in cui si è creata e sviluppata.


Hikikomori: quando la tua stanza è la tua prigione

Quali fenomeni hanno causato questa malattia?

Il primo hikikomori documentato risale al 1988, quando il termine usato attualmente era ancora sconosciuto. La malattia ha avuto la sua origine in Giappone un paese che, come è noto, dà priorità ai bisogni comuni rispetto a quelli individuali. E in questo caso la cosa gioca un ruolo basilare.

Una società in cui è normale usare quotidianamente una doppia faccia, che annulla il proprio io individuale, è l’ambiente ideale per questo tipo di disagio psicologico. I giapponesi sono soggetti a una grande pressione sociale fin dall’infanzia ad opera dei genitori. E questa continua per tutta la vita. Dalla sfera scolastica, a quella lavorativa, e sociale e coniugale.

Non possiamo dire però che è la cultura giapponese la causa diretta di questa malattia. Sebbene abbia avuto origine in Giappone, le statistiche mostrano come anche in altri paesi nel mondo negli ultimi anni si riscontrino sempre più casi di hikikomori. Nord America e nord Europa sono i più colpiti.

Anche in Italia il fenomeno sta pericolosamente aumentando. Alcune stime non ufficiali del 2019 riportano almeno 100.000 casi di hikikomori. Quel che è certo è che chi ne soffre vive prevalentemente nel nord del paese, ha in media 20 anni ed è di sesso maschile.

Questi primi dati statistici sono stati raccolti da Marco Crepaldi presidente dell’associazione Hikikomori Italia che si occupa dello studio del fenomeno nel nostro paese. Per approfondire l’argomento vi rimando al suo bellissimo libro > Hikikomori. I giovani che non escono di casa


Hikikomori: quando la tua stanza è la tua prigione

La disinformazione delle famiglie è il primo fattore di rischio

In Giappone la reazione tipica dei genitori che scoprono di avere un hikikomori in casa è quella di aspettare. Nonostante si rendano conto che l’adolescente non riesce o non vuole tornare da solo alla socialità, le famiglie spesso pensano che questa malattia appartenga a una fase, legata alla giovane età. E che magari col tempo passi da sola. Approccio sbagliatissimo.

A tutto questo si aggiunge il fatto che nella società giapponese avere un figlio hikikomori è motivo di imbarazzo e vergogna per i genitori. Ciò è dovuto anche alla credenza popolare secondo la quale chi soffre di questa malattia ha anche una scarsa istruzione.

E per questo che i familiari di un hikikomori spesso non cercano aiuto esterno fino a dopo almeno 3 anni che persiste l’isolamento. A causa di questo e di molti altri fattori, la disinformazione delle famiglie è considerata il più grande pericolo in questa malattia.

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Nei paesi occidentali invece la reazione tipica dei genitori di un hikikomori è quella di cercare di costringere il ragazzo a reintegrarsi nella società con la forza. Aggravando nella maggior parte dei casi la loro fobia sociale e il loro bisogno di reclusione.

Anche l’idea che questa malattia sia strettamente correlata alle nuove tecnologie è molto popolare. In realtà la tecnologia è un mezzo che queste persone usano per intrattenersi o relazionarsi virtualmente durante il loro isolamento. Cosa succederebbe nel caso in cui un hikikomori non avesse Internet o dei videogiochi disponibili? Potrebbe sempre ricorrere a vecchie forme di intrattenimento come film, serie o letture. Non dimentichiamo che i primi hikikomori sono della fine degli anni 80′, periodo pre-internet.

Perciò non si può dire che sia la tecnologia la causa della nascita degli hikikomori. Magari può aver incrementato il loro aumento negli ultimi anni, soprattutto grazie alla rete presente ormai in tutte le case. Ma essa rimane semplicemente un mezzo, usato per rendere più sopportabile l’isolamento sociale autoimposto di queste persone.


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