Cos'è il wabi-sabi? 5 cose sull'estetica giapponese che valorizza l'imperfezione

Cos’è il wabi-sabi? 5 cose sull’estetica giapponese che valorizza l’imperfezione

Ci sentiamo mai attratti da vecchie foto sbiadite? Oppure abbiamo mai sentito un calore nostalgico rovistando tra vecchi scatoloni in soffitta? Ebbene se ci è mai capitato di provare queste sensazioni, allora vuol dire che senza rendercene conto abbiamo già avuto a che fare con il wabi-sabi. Ma cos’è il wabi-sabi?

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Anche se non abbiamo sperimentato questo sentimento è comunque utile conoscerlo se siete degli appassionati di Giappone. Perché è basilare per capire molto di questo enigmatico paese e dei suoi altrettanto enigmatici abitanti. Questo concetto estetico è talmente importante che è anche alla base di alcune delle forme d’arte più famose del Giappone.

Cos'è il wabi-sabi? 5 cose sull'estetica giapponese che valorizza l'imperfezione

1. Perfettamente imperfetto

Al giorno d’oggi il concetto di accettare l’imperfezione anzi, valorizzarla, è più che mai attuale se ci pensate. Con tutte le campagne contro l’odioso body-shaming che esistono. Ma questo antico concetto non è così facile da descrivere in modo terra terra. Per comprenderlo dobbiamo partire dall’origine delle parole giapponesi che lo identificano e dal loro significato tradotto.

Wabisabi è formato da ‘wabi‘ che è qualcosa che potrebbe avvicinarsi al concetto di “delusione”, “amarezza” o “riduzione in povertà”. Mentresabi‘ descrive il “deterioramento” o comunque qualcosa di “poco brillante”. Vista così non sembra una parola molto positiva. Evoca una sorta di malinconia, quasi tristezza e negatività nella traduzione letterale. In giapponese invece fa tutto l’opposto. Evoca un senso di calore e vita. Ma vediamo ciascun termine nello specifico.

Cos'è il wabi-sabi? 5 cose sull'estetica giapponese che valorizza l'imperfezione

2. L’origine di ‘wabi

Il primo pezzo di frase, wabi, nel tempo cominciò ad assumere il significato di “apprezzamento per la semplicità degli stati naturali“. Una delle interpretazioni filosofiche più famose viene da Kazuo Okakura, autore del Libro del tè. Un libro scritto originariamente in inglese, tradotto poi in italiano e altre lingue compreso il giapponese, per spiegare all’occidente la complessa cultura del tè giapponese.

Nel libro il concetto di wabi viene tradotto come “imperfetto” o “incompleto” ma con un potenziale di miglioramento. Il punto è l’accettazione dell’imperfezione con un sentimento simile al nostro “quel che sarà, sarà”. Il riferimento di wabi con il tè non è una coincidenza. Questa parola è infatti profondamente connessa con wabicha, il nome della tipica cerimonia del tè giapponese.

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3. L’origine di ‘sabi

Sabi invece deriva dal verbo giapponese ‘sabu’ che si traduce come “deteriorarsi o perdere lucentezza nel tempo”. Non è considerata una cosa negativa, è vista come la familiarità che possiamo avere per un oggetto come un vecchio giocattolo, a cui però siamo affezionati e che non butteremo mai via.

La parola sabi con il tempo venne gradualmente associata ai luoghi tranquilli, senza presenza umana. L’ironia è che, senza nessuno non esisterebbe nemmeno il sabi. È attraverso questo paradosso che possiamo vedere il sabi come qualcosa che assomiglia alla “solitudine di qualcuno che osserva lo stato naturale del mondo”.

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4. Incompleto o rotto. Ma questo è il punto

Juko Murato ha creato molti degli strumenti utilizzati nella cerimonia del tè arrivati fino ad oggi. Si diceva che riuscisse a trasmettere al tè wabi-cha il buddismo Zen. Murata ha descritto il ‘wabi’ come: “…molto simile al fascino della luna che è accentuato se è parzialmente nascosta dietro le nuvole”. E’ la ricerca della bellezza imperfetta.

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Le sua frase al giorno d’oggi potrebbe essere simile a “la bellezza è negli occhi di chi guarda” e “nessuno è perfetto”. Il wabi-sabi ci offre un modo per apprezzare molte forme di bellezza attraverso le imperfezioni. Gli oggetti sono come le esperienze, più sono realistiche più sono piacevoli.

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5. La bellezza spezzata del wabi-sabi: Kintsugi

A causa del legame del wabi-sabi con la cultura del tè, questo viene spesso associato a tazze e ciotole. La contro-cultura giapponese ha negli anni cercato di eliminare i legami con la cultura cinese del tè dominante che esaltava la perfezione. Per questo ha cominciato a produrre oggetti naturali ed imperfetti, diventando peculiari e popolari in Giappone. Il concetto di imperfezione poi arriva ad un livello ancora più filosoficamente profondo quando queste suppellettili si rompono.

Di fronte a delle ceramiche rotte chiunque è naturalmente portato a buttare via i pezzi e ad acquistare nuovi oggetti. I giapponesi invece, con bene in mente il concetto di wabi-sabi, vedono in questa cosa un’opportunità. Questo processo si chiama kintsugi. Tecnicamente è la riparazione di ciotole rotte con un composto epossodico dorato, dando loro la possibilità di un’altra vita. Ma perché fare questa cosa che per un occidentale è inconcepibile?

Kintsugi è considerato l’estrema manifestazione fisica del concetto di wabi-sabi. L’atto di evidenziare le crepe e le imperfezioni con l’oro è un simbolo. Per i giapponesi qualcosa che ha subito una ferita ed ha una storia diventa più bello ed interessante. Portare l’attenzione sulle imperfezioni piuttosto che cercare di nasconderle è il succo di questa pratica.

Le ciotole da tè riparate con l’oro vedono aumentare non solo il loro valore simbolico ma anche quello economico. Costano più delle ciotole nuove di zecca. Quando il kintsugi divenne popolare in Giappone, alcuni artigiani hanno cominciato a rompere di proposito le ciotole per poi ripararle con l’oro. Ma così tutto il senso profondo di questa filosofia va a farsi benedire…

Al giorno d’oggi il wabi-sabi è un concetto molto attuale se ci pensate. Con i social media ormai siamo tutti abituati ad un concetto di bellezza falsificata, modificata con dei filtri fotografici per raggiungere una perfezione inesistente ed inutile. Il wabi-sabi va contro tutto questo, promuovendo la gioia della semplicità, della calma, della riflessione. E l’apprezzamento del vecchio, dell’usato, di qualcosa con una storia rispetto ad un nuovo anonimo e non sostenibile. Un concetto anche ecologista che nella nostra era moderna sommersa dal superfluo, è più che fondamentale.

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Fonte: @tsunagujapan


Cos’è il wabi-sabi? 5 cose sull’estetica giapponese che valorizza l’imperfezione